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INTERVISTA A EVI ROMEN

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In occasione della rassegna Sotto le Stelle dell’Austria 2021 la regista Evi Romen presenterà il suo lungometraggio Hochwald. Cinema Austriaco ha avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con lei e di farsi raccontare qualcosa in più circa questo suo lavoro e circa la sua carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Com’è nata l’idea di girare Hochwald?

Evi Romen: L’idea mi è venuta quando sono stata in Alto Adige per un breve periodo. Lì ho notato che come in ogni paese ci sono persone che vivono un po’ ai margini della comunità. Questo è il caso anche del figlio di una mia amica che vive nel mio paese. In quei giorni, tra l’altro, c’è stato l’attentato al Bataclan a Parigi e tra le vittime c’era anche un giovane altoatesino. Io ho subito pensato che il ragazzo potesse addirittura essere del mio paese. Era comunque strano che qualcosa di così “grande” potesse in qualche modo riguardare anche il mio villaggio. Si tratta, in ogni caso, anche di un modo molto “moderno” di morire, qualcosa che tanti anni fa non capitava affatto.

M. P.: La cittadina di Hochwald si trova tra due nazioni e fa da crocevia tra due culture. A un certo punto se ne aggiunge anche una terza, che è la cultura islamica. Eppure c’è ancora chi fa fatica ad accettare la coesistenza di tante culture. A tal proposito, che ruolo svolge la società nel suo film?

E. R.: Ho scelto di ambientare lì il mio film, perché sono nata in Alto Adige, ma tali piccole comunità esistono in tutto il mondo. E visto che il mondo diventa sempre più globale, certe situazioni si verificano anche in ambienti in cui nessuno avrebbe potuto aspettarsi, dove c’è ancora gente che ha paura di ciò che viene “dall’esterno”. Tra l’altro oggi si viaggia molto più spesso, gli ambienti cambiano e si vengono a creare nuove situazioni. Ad esempio, tanti anni fa non avrei mai potuto incontrare una persona musulmana in una foresta altoatesina, mentre oggi è qualcosa di assolutamente normale. Questa è la nascita di un nuovo mondo, di un mondo moderno, di un mondo interessante, che per alcune persone può essere anche osservato con un certo timore.

M. P.: Lei nel suo film ha dato molta importanza agli oggetti, che siano una foto su un cellulare o una parrucca. Cosa simboleggia nello specifico proprio la parrucca, ad esempio?

E. R.: La parrucca da un lato è un talismano. Un talismano che in qualche modo ha anche salvato il protagonista, perché nel momento dell’attentato lui non ha la parrucca in testa e non viene visto. Dall’altro canto una parrucca cambia un po’ l’identità, il protagonista cerca sempre di essere qualcun altro, vuole cambiare, vuole diventare un personaggio famoso. In pratica la parrucca lo aiuta ogni tanto a sentirsi qualcun altro, a trovare il coraggio per essere diverso.

M. P.: Che ruolo hanno nel suo film, invece, la danza e la musica?

E. R.: Il protagonista vuole diventare un ballerino, ma venendo da un villaggio alpino non è questo uno sport molto diffuso, così cerca di imparare da autodidatta. Ma anche se la danza ha un ruolo così importante nella sua vita non sappiamo mai se il ragazzo ha talento e se in altre situazioni avrebbe potuto iniziare una brillante carriera. Ad ogni modo la danza è un tentativo per sentirsi diverso dagli altri.

Per quanto riguarda la musica, invece, dal momento che io sono una collezionista di dischi di musica soprattutto degli anni Sessanta e Settanta e lavoravo come dee jay, la musica è qualcosa che ha sempre avuto molta importanza sia nella mia vita che nel mio lavoro di montatrice. Tra l’altro ho anche studiato musica prima di dedicarmi principalmente al cinema e alla fotografia. Così ho cercato di inserire una bella selezione di musiche nel film. Una parte di queste musiche erano già state composte da un mio amico, mentre altre le ho prese dalla mia collezione (fregando anche qualche disco a mia nonna) (ride, n. d. r.). Attraverso queste musiche ho anche cercato di delineare il carattere del protagonista. In ogni caso non si tratta di musiche che un giovane ascolterebbe oggi, non ha nulla a che fare con l’età del protagonista, si tratta più che altro di musiche “universali”, che risvegliano delle emozioni.

M. P.: Quali sono state le principali difficoltà durante la realizzazione del film? La pandemia ha qualche modo influenzato il processo di lavorazione?

E. R.: Quando è scoppiata la pandemia ero già nella fase di post produzione e mi trovavo in Belgio. Ho dovuto immediatamente interrompere i miei lavori in Belgio, sono tornata a Vienna e ho continuato a lavorare online. Per quanto riguarda la presentazione del film ai festival, invece, ho successivamente trascorso molto tempo in cucina seduta al tavolo e sono riuscita ad andare così in tutto il mondo, bevendo anche ogni tanto qualche bicchiere di vino, soprattutto per festeggiare quando ho vinto (ride, n. d. r.).

M. P.: Questo è il suo primo film da regista dopo una lunga carriera da montatrice. Com’è nato il desiderio di girare un film?

E. R.: Il desiderio di girare un film c’è sempre stato, solo che spesso non ho mai avuto tempo. Ho studiato cinema a Vienna e ho girato anche alcuni cortometraggi, solo che poi ho scoperto di avere un particolare talento per il montaggio. Ho iniziato a lavorare subito, poi ho vinto l’Österreichischer Filmpreis per il Miglior Montaggio e ho pensato che fosse quasi un premio alla carriera. Così ho capito che bisognava dare una svolta alla mia stessa carriera. Mi fa ancora molto piacere lavorare come montatrice, non si è trattato di un momento di crisi, ma poi ho compiuto cinquant’anni e mi sono detta: “O ora o mai più”.

M. P.: Com’è nata, invece, la sua passione per il cinema?

E. R.: La passione è nata al Film Club di Bolzano. Mio padre si stupiva del fatto che io non guardassi mai la televisione, ma comunque andassi spesso al cinema (ride, n. d. r.). Per anni mi sono dedicata alla fotografia artistica, anche se all’epoca scattare fotografie su pellicola era molto costoso, quindi ho cercato un lavoro da poter fare anche durante la scuola e ho iniziato a lavorare alla cassa del Film Club. Dal primo momenti sono entrata a far parte di questo “pazzo” mondo. Si trattava di un cinema con circa cinquanta posti, c’erano problemi di gestione dei costi e dei diritti, ma in qualche modo ce l’abbiamo fatta e in questi anni abbiamo anche fondato il Bolzano Film Festival. E poi, durante le vacanze, invece di andare in montagna come tutti sono stata sempre al cinema (ride, n. d. r.). Sono sempre stata appassionata di musica, di scrittura e di fotografia, ma mi sono resa conto che il cinema unisce tutte le arti.

M. P.: Ci sono film o autori in particolare che sono stati per lei un modello?

E. R.: Fellini, Fellini e Fellini (ride, n. d. r.). E anche Luchino Visconti. Ma comunque ho sempre amato questi viaggi totalmente pazzi che Fellini metteva in scena e anche io ho sempre desiderato mettere in scena un viaggio come i suoi.

M. P.: Un’ultima domanda: al momento sta lavorando a qualche nuovo progetto?

E. R.: Sì, sto lavorando a un nuovo film che tuttavia uscirà più tardi del previsto proprio a causa della pandemia. Il film si chiama Happyland. Anche in questo caso di tratta di una storia di “andata e ritorno” ambientata in un piccolo paese. La protagonista sarà una donna di circa cinquant’anni che torna nel suo paese dopo una carriera come musicista a Londra.

Info: la scheda di Evi Romen su iMDb