This post is also available in:
di Jannis Lenz
voto: 7
Oasis di Jannis Lenz è un lungometraggio disperatamente sincero, a tratti brutale e spietato, che sovente ci colpisce come un pugno allo stomaco. Un lungometraggio che, però, allo stesso tempo, sa regalarci anche momenti di pura poesia. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, sezione Orizzonti.
Dove nessuno ci osserva
Non è sempre facile essere adolescenti. Questo è un dato di fatto. Eppure, tale complicato periodo può diventare ancora più difficile nel momento in cui ci si sente soli, emarginati, o in cui si viene addirittura bullizzati a scuola. Ed è proprio su una realtà come questa che il regista tedesco Jannis Lenz ha voluto concentrarsi in Oasis, il suo ultimo lungometraggio, frutto di una coproduzione tra Germania e Austria e presentato in anteprima mondiale in occasione dell’83° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della sezione Orizzonti.
In Oasis, dunque, ci viene raccontata la storia di tre adolescenti che, nell’ambiente in cui vivono, vengono quasi considerati degli outsider. Loro sono Lukas (impersonato da Florian Geißelmann), Andrew (Anton Petzold) e Maya (Mathilda Smidt), amici per la pelle, soliti incontrarsi, dopo la scuola, in un bosco vicino alla loro cittadina, al fine di dedicarsi a prove di forza e giochi di ogni genere, in modo da potersi sentire pronti a “combattere” ogni brutalità del mondo in cui vivono, ma soprattutto in modo da poter essere finalmente sé stessi, senza mai sentirsi giudicati. Un giorno, però, viene girato con il cellulare un video che mostra Andrew mentre minaccia alcuni suoi compagni di classe e che diventa immediatamente virale. Cosa accadrà da quel momento?
Il bosco in cui sono soliti incontrarsi Lukas, Andrew e Maya è considerato in Oasis quasi come una sorta di non luogo, come un luogo senza tempo, in cui finalmente non si viene osservati, pregno da sempre di un forte simbolismo riguardante, in alcuni casi, anche l’inconscio e l’onirico (gli stessi costumi indossati dai tre amici durante i loro giochi stanno talvolta a conferire al tutto un tocco quasi surreale). Questa, dunque, è l’oasi felice che viene già menzionata nel titolo. Questo è il posto in cui nessuno può farci del male, ma anche in cui le ferite (fisiche) che ci vengono inflitte fanno naturalmente parte di un lungo percorso di fortificazione.
Nel mettere in scena questo suo Oasis, dunque, Jannis Lenz ha sapientemente optato per una regia semplice e diretta, in cui di fianco a immagini curate e realistiche allo stesso tempo vediamo anche come schermi del cellulare, parte integrante ormai dell’epoca in cui viviamo, finiscano inevitabilmente per influenzare la nostra quotidianità, diffondendo informazioni e immagini in grado di cambiare per sempre la percezione che ognuno ha di noi e di arrecare anche gravi danni a chi, malauguratamente, si ritrova protagonista di tali immagini.
E poi, naturalmente, in Oasis, non poteva non mancare un particolare focus sul gap generazionale, sull’incomunicabilità, sulla rigidità di istituzioni scolastiche e genitori di fianco al coraggio di chi, al contrario, è abituato ad indagare a fondo ogni situazione. Jannis Lenz sa bene cosa vuole raccontarci e in che modo farlo. Questo suo interessante Oasis è un lungometraggio disperatamente sincero, a tratti brutale e spietato, che sovente ci colpisce come un pugno allo stomaco. Eppure, nonostante ciò, sono soprattutto i pomeriggi di relax e di confidenze con chi ci comprende davvero a regalarci momenti di pura poesia.
Titolo originale: Oase
Regia: Jannis Lenz
Paese/anno: Germania, Austria / 2026
Durata: 118’
Genere: drammatico
Cast: Florian Geisselmann, Anton Petzold, Mathilda Smidt, Mikke Rasch, Moritz Hoyer, Godehard Giese, Britta Hammelstein, Ioana Iacob, Olga Protok, Ahmet Simsek, Sebastian Rudolph, Neshe Demir
Sceneggiatura: Jannis Lenz, Alexander Dirninger
Fotografia: Alexander Dirninger
Produzione: Zeitgeist Filmproduktion, Third Picture, Wega Film
