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di Martin Arnold
voto: 8
In Passage à l’Acte, Martin Arnold ci mostra una situazione apparentemente serena, trasmettendoci, però, un messaggio ben più inquietante, alludendo alla spiccata ipocrisia di un determinato mondo e mostrandoci i personaggi quasi come prigionieri all’interno di un loop da cui sembra impossibile uscire. Al Festival di Cannes 1993.
Una famiglia perfetta?
Una tranquilla famiglia americana. Un uomo, una donna e i loro due figli. Una giornata come tante, dove regna un’atmosfera (apparentemente) serena. Ma quale sarà il messaggio di fondo? Una breve, brevissima scena. Pochi secondi possono essere manipolati in centinaia di modi, dando vita a qualcosa di totalmente nuovo. Lo sa bene il regista Martin Arnold, da sempre solito rielaborare spezzoni di film preesistenti, che con il suo cortometraggio sperimentale Passage à l’Acte, realizzato nel 1993 e presentato in anteprima mondiale in occasione del Festival di Cannes, all’interno della sezione Semaine de la Critique, si è avvalso di un breve spezzone di un classico hollywoodiano per dare adito a un’interessante riflessione non soltanto sul cinema stesso, ma anche sul doppio significato di ciò che di volta in volta ci viene mostrato.
Lo spezzone di cui si è avvalso Arnold per realizzare questo suo Passage à l’Acte è preso, dunque, direttamente da Il Buio oltre la Siepe, grande cult diretto da Robert Mulligan nel 1962 e con un grande Gregory Peck. La scena originale, come già menzionato, dura nel film di Mulligan soltanto pochi secondi. In questo interessante lavoro di Arnold, invece, ecco che il tutto viene “amplificato”, rielaborato e manipolato fino ad arrivare a ben dodici minuti. Ma cosa accade, di fatto, nel filmato originario?
Ne Il Buio oltre la Siepe, ciò che vediamo in quella manciata di secondi, è una scena decisamente idilliaca: la suddetta famiglia è seduta a un tavolo. Padre (Peck, appunto), madre (in realtà, nel film, la zia dei bambini, impersonata da Alice Ghostley), figlio (Phllip Alford) e figlia (Mary Badham) stanno facendo colazione. A un certo punto, il bambino si alza da tavola, viene richiamato da suo padre, torna a sedersi e, dopo che tutti hanno finito di mangiare, entrambi i bambini escono insieme, ma prima di andare via la bambina va a dare un bacio a suo padre.
Come può tale scena, dunque, cambiare totalmente il proprio significato e il proprio messaggio? Ed ecco che entra in gioco finalmente il nostro Martin Arnold. In Passage à l’Acte, infatti, attraverso un sapiente e minuzioso lavoro di montaggio, il video viene riprodotto, poi messo in pausa, mandato indietro e poi nuovamente riprodotto, facendo in modo che di volta in volta ognuno dei personaggi si muova in modo meccanico, emettendo suoni praticamente incomprensibili, e che il tutto, con tutti questi movimenti quasi caricaturistici, acquisti immediatamente un tono particolarmente ironico.
Eppure, non è (soltanto) sull’ironia che il regista vuole puntare in questo interessante Passage à l’Acte. Al contrario, nel mostrarci una situazione apparentemente serena, egli ci trasmette un messaggio ben più inquietante, alludendo alla spiccata ipocrisia di un determinato mondo (e, talvolta, anche di una determinata cinematografia) e mostrandoci i personaggi quasi come prigionieri all’interno di un loop da cui sembra praticamente impossibile uscire. E i suoni ripetitivi, metallici, talvolta quasi assordanti, fanno in tal senso da prezioso valore aggiunto. Ci si potrà mai “liberare” da determinati schemi? Martin Arnold, dal canto suo, sembra avere delle idee ben chiare in merito.
Titolo originale: Passage à l’Acte
Regia: Martin Arnold
Paese/anno: Austria / 1993
Durata: 12’
Genere: sperimentale
Sceneggiatura: Martin Arnold
Fotografia: Martin Arnold
Produzione: Martin Arnold
