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di Felix Randau
voto: 5
Al Locarno Film Festival, nel prestigioso contesto di Piazza Grande, è stato presentato al pubblico il quarto lungometraggio di Felix Randau, I is Another, co-produzione austriaca che si confronta con l’enigmatica figura storica di Felix Kersten, l’eroe-impostore in bilico tra altruismo e opportunismo
Le lezioni che impariamo dalle bugie altrui
Il regista tedesco Felix Randau torna al Locarno Film Festival per presentare in anteprima mondiale I is Another, nella stessa Piazza Grande che nel 2017 aveva già accolto il suo precedente Iceman. Ecco che quello che è a tutti gli effetti uno dei maxischermi a cielo aperto più imponenti d’Europa si accende per proiettare un dramma storico radicato nel reale, precisamente sugli echi della Germania nazista, con l’obiettivo di far ragionare gli spettatori sull’ipocrisia delle prese di posizione morali. Al centro, l’enigmatica figura di Felix Kersten, confidente e massaggiatore di Heinrich Himmler, capo delle SS dipendente dalle sue cure, ma soprattutto uomo su cui la storia non ha mai raggiunto un verdetto unanime: eroe che ha sfruttato la sua influenza per salvare migliaia di vite, o mitomane che ha reinterpretato la realtà delle sue colpe per raggiungere la fama?
Ci troviamo nel 1952. I is Another, dunque, si apre con una discutibile sequenza di immagini d’archivio con la sola funzione di introdurci ai titoli di testa, ma che ha lo spiacevole effetto collaterale di richiamare l’inizio di un generico documentario scadente destinato alla televisione. Per fortuna, l’azione si sposta presto su un treno notturno della tratta Stoccolma-Oslo, la suggestiva scenografia in movimento che ospiterà la maggior parte delle vicende. È qui che la giornalista Hedda Wohmann (Valerie Pachner) tende un’imboscata al Felix Kersten di Claes Bang, dopo che le sue richieste in vesti ufficiali di poterlo intervistare sono state ignorate più di una volta. Wohmann è in cerca di riscatto dopo aver perso il lavoro, e uno scoop sull’imminente premio Nobel è proprio quello che ci vuole per riabilitarsi professionalmente. Il suo inganno, a malincuore, viene svelato troppo presto, interrompendo sul nascere il gioco di sguardi e depistaggi che sembrava essere in procinto di definire, almeno inizialmente, il rapporto tra i due protagonisti, e che sarebbe andato a braccetto con l’atmosfera intima e claustrofobica offerta dagli scompartimenti del treno.
La regia di Felix Randau, qui al suo quarto lungometraggio, dimostra una pregevole qualità suggestiva: è piacevole addentrarsi in una storia che si confronta con avvenimenti storici complessi, solo per realizzare che ad aspettarci sono modesti cunicoli e luci soffuse, ma soprattutto con la rincuorante sensazione che per Randau le sigarette rappresentino un elemento di sensualità imprescindibile. Con l’introduzione della moglie di Kersten (Susanne Wuest) e del marito di Wohmann (Markus Meyer), grazie a due fugaci intermezzi privati nelle rispettive carrozze, si intravedono persino i presupposti per sperare in un mistero ferroviario in cui gli intrighi politici si intersecano a quelli relazionali.
Il treno, nel frattempo, è diretto nella città dove si terrà la conferenza stampa di assegnazione del premio Nobel, riconoscimento per cui è, appunto, in lizza anche Kersten. Wohmann fatica a nascondere il suo disgusto davanti alla nozione che un ex membro delle SS, che sia per valori politici o per il desiderio di tenersi vicini i nemici nell’ottica di fare la differenza, sia anche solo preso in considerazione per questo onore. Su questa base di latente ostilità, i due protagonisti si studiano a vicenda, e I is Another prosegue quindi più come un interrogatorio che una canonica intervista. A mettere i bastoni tra le ruote di un promettente duplice studio caratteriale, subentra tuttavia la mancanza di fiducia da parte di Randau nella dialettica: in un film che dovrebbe puntare a conquistarsi lo spettatore con il dialogo, ricorrere all’espediente dei flashback per fornire contesto sul passato di Kersten è, a tutti gli effetti, un passo falso. Mettere in bocca ai personaggi parole come “ti ho quasi creduto” compromette la propria credibilità quando si delega il racconto della bugia in questione a una ricostruzione storica.
A rallentare ulteriormente la narrazione, una struttura narrativa che non valorizza la continuità. Non esiste un motivo logico per cui gli incontri di Kersten e Wohmann si interrompano così tante volte nel corso di una singola serata: la scusa è quasi sempre un conflitto interiore scatenato da una stoccata morale ben assestata, prima dell’uno e poi dell’altra, avvenimenti poco incisivi a livello drammaturgico, ma evidentemente abbastanza significativi da mettere (letteralmente) in fuga i personaggi. “Ritirate strategiche” che compromettono la natura procedurale di questa inchiesta su binari, che assume le sembianze di un coito cinematografico interrotto, invece che dell’intenso scambio di astuzie tra gatto e topo che si prefissa di essere. In più di un’occasione, si rischia infatti di alzare gli occhi al cielo di fronte all’ennesima scissione, responsabile di remare attivamente contro il mantenimento di una sottile tensione di fondo funzionale al soggetto.
Nonostante questo, in I is Another, Kersten e Wohmann risultano inspiegabilmente sempre più a proprio agio l’uno in prossimità dell’altra, riesumando ogni volta il loro dialogo come se nulla fosse: i toni tornano a essere pacati e il risentimento, prima incontenibile motivo di fuga, di colpo sembra facile da domare. La reiterazione di questa condizione bizzarra è accentuata dallo svolgimento di attività che si suppone essere incompatibili con “un’intervista” (se ancora possiamo definirla così) di questo tipo, come radersi la barba, interrompere una passeggiata sui binari per svuotare la vescica in un cespuglio o ritrovarsi a tavola nel vagone ristorante senza troppe cerimonie.
A un certo punto lo spettatore potrebbe essere incentivato a chiedersi il motivo per cui nessuno vada mai a dormire su questo treno, o perché sembri esserci un’inspiegabile tensione erotica latente tra Wohmann e Kersten, e non è mai un bene esporre il proprio film a dubbi logici così lampanti. Nel frattempo, i rispettivi coniugi vengono accantonati prematuramente, scomparendo da una sceneggiatura che si preoccupa di lanciare spunti legati ai loro personaggi, ma destinati a restare irrisolti: particolarmente lampante, in merito, una differenza chiave nel racconto da parte di Kersten e della moglie di un medesimo episodio del loro passato, che spalancava la porta sulla natura mutevole della verità, inscindibile dall’esperienza soggettiva e vulnerabile all’inaffidabilità dei ricordi.
Alla fine di I is Another, dunque, non sappiamo molto di più sulla reale natura di Felix Kersten, ma è evidente che questo non fosse l’obiettivo di Randau. Il problema è, piuttosto, che il confronto psicologico che dovrebbe sostituirsi alla ricerca della verità non riesce mai davvero a trovare continuità, interrotto da flashback insipidi che impediscono alle prove attoriali di carburare. Modificando l’approccio, si sarebbe potuto ambientare il film completamente nel suo presente narrativo, dando occasione agli attori di elaborare in modo significativo le vulnerabilità e le sfaccettature dei propri personaggi.
I is Another rimane una riflessione interessante su una figura storica ancora oggi controversa, soprattutto per chi non era a conoscenza delle vicende in questione, sostenuta da una regia competente, una durata contenuta e interpretazioni solide — per quanto concerne la presenza scenica — ma nulla che sia destinato a farsi ricordare. Saranno i titoli di coda, preceduti dal solito testo esplicativo di rito, a fornire un senso in chiusura e salvare le apparenze, ma l’atmosfera della prima parte, quando ancora l’esterno dei finestrini era talmente buio e piovoso da sembrare un purgatorio, faceva sperare in altro.
Titolo originale: Ich ist ein Anderer
Regia: Felix Randau
Paese/anno: Germania, Austria / 2026
Durata: 93’
Genere: drammatico
Cast: Claes Bang, Valerie Pachner, Susanne Wuest, Timocin Ziegler, Martin Müller, Hilde Berger
Sceneggiatura: Felix Randau
Fotografia: Sebastian Thaler
Produzione: Ostlicht Filmproduktion, Wega Film
