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PETER KUBELKA – 24 SENSAZIONI AL SECONDO

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Nel corso della sua vita, Peter Kubelka ha realizzato soltanto nove film, della durata complessiva di circa novanta minuti. Ogni suo film non dura più di quindici minuti, ma questa è una scelta ben ragionata. Ogni fotogramma ha un preciso aspetto e trova il suo compimento solo nel momento in cui viene montato insieme a un determinato suono. La metrica assume, dunque, un ruolo centrale.

Non semplicemente “cinema sperimentale”

Non ci sono, forse, termini esatti per definire il cinema di Peter Kubelka. Già, perché, di fatto, il celebre regista, musicista, architetto, curatore e cuoco austriaco non ha mai voluto definire la sua arte come semplice “cinema sperimentale”. Il suo cinema – concepito come una vera e propria esperienza visiva e uditiva – consiste in un minuzioso lavoro di montaggio tra suoni e immagini, in cui ventiquattro volte a secondo cambia la prospettiva, l’essenza di ciò che ci viene mostrato. E al pari di ogni altra forma d’espressione artistica, anche il cinema è un’arte assai complessa e stratificata, spesso troppo banalizzata da esigenze di mercato.

Tali idee estremiste hanno caratterizzato il suo modo di approcciarsi alla settima arte già durante la sua formazione, ossia quando Peter Kubelka. – nato il 23 marzo 1934 a Vienna – iniziò a studiare dapprima presso l’Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Vienna, poi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma (dove il suo film di diploma – Mosaik im Vertrauen, realizzato nel 1955 – lasciò basito addirittura Alessandro Blasetti).

Peter Kubelka, infatti, rifiuta categoricamente ogni qualsivoglia manifestazione di cinema commerciale o dalla struttura narrativa classica (fatta eccezione, ovviamente, per autori come Carl Theodor Dreyer, Luis Buñuel e pochi altri). Egli concepisce la visione cinematografica come un’esperienza pura, totalizzante, da vivere esclusivamente nel buio di una sala. Per questo motivo, non esistono copie in digitale (fatta eccezione per alcuni dvd distribuiti dalla sixpackfilm) o su internet dei suoi film. Egli preferisce proiettarli direttamente nell’ambito di mostre o, addirittura – come già è capitato in passato – nelle sale di alcuni ristoranti. Un film deve essere girato esclusivamente su pellicola, lo spettatore deve avere la possibilità e il privilegio di poterlo “toccare con mano”.

Ed è proprio da alcuni ristoratori viennesi che Peter Kubelka si è fatto finanziare i suoi primi film: Adebar (1957) e Schwechater (1958), che inizialmente avrebbero dovuto essere delle pubblicità, ma che, come era facile aspettarsi da un cineasta come lui, presentano una forma talmente astratta da aver lasciato perplesse anche le persone che li hanno finanziati. Kubelka, però, non si è mai posto nessun problema del genere, nel momento in cui ha realizzato i suoi film. Per lui, il cinema deve essere frutto di sapienti accostamenti di immagini e suoni (spesso, addirittura di rumore bianco), grazie al quale lo spettatore ha tutta la libertà di viversi ciò che lo schermo ha da offrirgli.

Nel corso della sua vita, Kubelka ha realizzato soltanto nove film, della durata complessiva di circa novanta minuti. Ogni suo film non dura più di quindici minuti, ma questa è una scelta ben ragionata. Ogni fotogramma ha un preciso aspetto e trova il suo compimento solo nel momento in cui viene montato insieme a un determinato suono. La metrica – che fin dalla nascita della musica stessa si è rivelata una scienza fondamentale – assume nei film di Peter Kubelka un ruolo centrale. Per questo motivo le sue opere vengono indicate anche come film metrici. Tutto è studiato fin nel minimo dettaglio, tutto non potrebbe essere diverso da come il regista l’ha concepito. O forse no?

Ripensando al cortometraggio Arnulf Rainer (1960), uno dei suoi film più famosi, vediamo come lo stesso sia stato recentemente espanso e rielaborato nel film Monument Film (2012). Qui, il film originario (che a sua volta gli era stato commissionato proprio dal pittore e fotografo Arnulf Rainer, il quale si aspettava di veder realizzato un film incentrato sul suo lavoro) viene mostrato esclusivamente in combinazione con il film Antiphon (2012), che è il suo esatto opposto (ossia quando le immagini di un film sono in positivo, le immagini corrispondenti nel secondo film sono in negativo, quando nel primo film c’è il suono, nel secondo troviamo il silenzio, ciò che nel primo film è bianco, nel secondo è nero, e così via).

Il cinema astratto, metrico, strutturale può essere, secondo Peter Kubelka, l’unica forma possibile del cinema stesso. Persino non riuscire a guadagnare soldi con i film è una cosa buona, perché ciò dà la massima libertà creativa, senza doversi preoccupare di varie esigenze produttive. Allo stesso modo, i film realizzati da una persona sola (come egli stesso è solito fare) sono realmente frutto del lavoro dell’artista. Proprio come avviene quando ci si accinge a dipingere un quadro o a realizzare una scultura. Quando si tratta, invece, di film destinati a un’ampia distribuzione nelle sale cinematografiche, tutto cambia: qui c’è un’intera squadra a lavorare a un film e sebbene l’ultima parola spetti sempre al regista, anche i produttori, che finanziano il tutto, possono apportare importanti modifiche al risultato finale.

Questo suo concetto di cinema “puro” ha trovato un suo naturale compimento nell’invenzione del cosiddetto Invisible Cinema, una sala cinematografica totalmente nera, con poltrone, pareti e separé neri, che permetteva allo spettatore di vivere la miglior esperienza possibile all’interno di un cinema. Tale sala è stata realizzata dapprima nell’Anthology Film Archives di New York (da lui fondato nel 1970), poi, in una versione meno “estrema” all’Õsterreichisches Filmmuseum di Vienna (che egli ha fondato nel 1961 e che ha diretto fino al 2000). Per Peter Kubelka l’esperienza cinematografica ha qualcosa di sacro e, durante le proiezioni dei suoi film, non ha mai ammesso ritardatari (secondo un divertente aneddoto, pare che addirittura, in seguito a una disputa con il poeta Ira Cohen, che era arrivato in ritardo a una proiezione e che insisteva, piuttosto arrabbiato, di voler entrare a tutti i costi, Kubelka – esperto judoka – lo abbia steso a terra con tre mosse di judo).

Peter Kubelka, dunque, sta a rappresentare una vera e propria rarità all’interno del panorama cinematografico austriaco e mondiale. Un artista a tutto tondo, che nel corso della sua lunga e prolifica carriera si è lasciato anche affascinare da numerose altre forme d’arte (impossibile non notare nei suoi film forti influenze da parte di Dziga Vertov – di cui ha anche restaurato il film Sinfonia del Donbass – di Walter Ruttmann, ma anche di Man Ray e di Michel Duchamp) e persino dalla cucina, da lui considerata la più antica forma d’arte e di cui ha tenuto numerosi laboratori nel corso delle sue lezioni. Vero e proprio padre del cinema d’avanguardia austriaco, Kubelka ha influenzato a sua volta numerosi altri artisti, tra cui addirittura il grande Peter Tscherkassky e la sua ex moglie, la fotografa e regista Friedl vom Gröller. Un documentario/omaggio alla sua carriera (Fragments of Kubelka) è stato realizzato nel 2012 dalla regista Martina Kudláček. E chissà quali altre belle sorprese avrà in serbo per noi in futuro.

Info: la scheda di Peter Kubelka su iMDb