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ELFRIEDE JELINEK – OLTRE IL PREMIO NOBEL

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Non soltanto letteratura, dunque, ma anche teatro e cinema sono ambiti in cui Elfriede Jelinek si sente particolarmente a proprio agio. E, infatti, una costante contaminazione di generi in uno stile difficilmente classificabile – insieme a un forte autobiografismo e a uno spiccato femminismo – è divenuta uno dei marchi di fabbrica delle sue opere.

“Il narrare è necessità, a volte urgenza, ma sempre atto politico” E. Jelinek

Presentato in anteprima in Austria in occasione della Viennale 2022, il documentario Elfriede Jelinek – Language unleashed, diretto da Claudia Müller, pone al centro del discorso la controversa, poliedrica e carismatica figura di Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la Letteratura nel 2004, nonché una delle menti più brillanti all’interno del panorama culturale austriaco degli ultimi decenni. Non soltanto letteratura, dunque, ma anche teatro e cinema sono ambiti in cui l’autrice si sente particolarmente a proprio agio. E, infatti, una costante contaminazione di generi in uno stile difficilmente classificabile – insieme a un forte autobiografismo e a uno spiccato femminismo – è divenuta uno dei marchi di fabbrica delle sue opere.

Infanzia

Da sempre appassionata di letteratura, filosofia e teatro, Elfriede Jelinek (nata il 20 ottobre 1946 nella cittadina stiriana di Mürzzuschlag) si è formata, in realtà, dapprima come musicista, diplomandosi come organista presso il conservatorio di Vienna, per poi proseguire gli studi di teatro e storia dell’arte. Sua madre Olga Ilona – di origini rumene, ma discendente da una famiglia altoborghese viennese fortemente cattolica – ha sempre dato molta importanza alla musica nella vita di sua figlia e anche se la giovane Elfriede inizialmente era un po’ riluttante, bisogna riconoscere come la musica stessa abbia svolto e continui ancora oggi a svolgere un ruolo centrale nella sua produzione letteraria.

L’infanzia di Elfriede Jelinek, ad ogni modo, non fu delle più felici. Suo padre Friedrich, di origini ebraiche, riuscì a salvarsi dalle persecuzioni nazista, in quanto impiegato all’interno di un’industria per gli armamenti, ma ben presto iniziò a mostrare i primi segni di una malattia psichica che lo rese sempre meno lucido, fino a un necessario ricovero presso una clinica psichiatrica. Fu così che Elfriede visse sempre a contatto con sua madre, a sua detta una donna autoritaria, dispotica e poco empatica, che influenzò in modo decisivo molte delle sue opere future e, soprattutto, delle sue scelte politiche.

Bambina dotata di straordinaria intelligenza e talento, Elfriede iniziò a soffrire di alcuni disturbi psichici già durante i suoi studi, divenendo presto vittima di forti attacchi di agorafobia, a seguito dei quali trascorse molto tempo in casa, dedicandosi principalmente alla lettura. Sua madre volle inizialmente farla ricoverare in un istituto, ma, dichiarata sana dai medici, la ragazza poté ben presto proseguire il suo percorso di studi. Da queste terribili esperienze nascerà, in futuro, il saggio In die Schule gehen ist wie in den Tod gehen (Andare a scuola è come andare a morire), in cui, oltre a racconti autobiografici e a un particolare focus sul rapporto conflittuale con sua madre, viene mossa una forte critica nei confronti del cattolicesimo all’interno di un paese conservatore come l’Austria, altra costante all’interno delle sue opere.

Influenze

Già, perché, di fatto, da quando Elfriede Jelinek ha iniziato a dire la sua in ambito letterario, una forte, fortissima critica nei confronti del suo paese è ciò che principalmente è saltato all’occhio. Iscritta al Partito Comunista d’Austria dal 1974 al 1991, l’autrice – proprio come altri suoi colleghi che in quegli stessi anni iniziavano a realizzare le loro prime opere – ha attinto a piene mani da quanto realizzato in passato per dare vita a qualcosa di totalmente nuovo, intimo e soggettivo. Grande importanza, durante la sua formazione artistica, hanno avuto – oltre agli esponenti del Wiener Gruppe – autori del calibro di Karl Kraus, Johann Nestroy (soprattutto per quanto riguarda le tematiche e lo stile del linguaggio), James Joyce, Wirginia Woolf, Samuel Beckett, Franz Kafka e, naturalmente, la sua connazionale Ingeborg Bachmann.

Particolarmente degni di nota, a tal proposito, sono i numerosi parallelismi spesso individuati tra le opere di Jelinek e quelle di Bachmann. Pur essendo molto diverse nello stile, infatti, le due scrittrici sono accomunate da una forte critica nei confronti dell’Austria e di determinate dinamiche perpetrate per anni che hanno reso possibile la nascita del nazismo e il conseguente Olocausto. La guerra è vista da entrambe come una ferita insanabile, ma mentre i personaggi delle opere di Ingeborg Bachmann godono di un esaustivo approfondimento psicologico, quelli di Elfriede Jelinek sono volutamente privi di tale aspetto. Stili diversi, sì, ma, al contempo accomunati da una forte influenza musicale (entrambe hanno studiato da musiciste) e da una grande attenzione nei confronti delle donne (nonostante Ingeborg Bachmann, a differenza della Jelinek, non si sia mai definita femminista).

Femminismo e società

E il femminismo, un femminismo spesso tragico, pessimista, ma talvolta anche ironico e divertito, fa indubbiamente da leit motiv nelle opere dell’autrice di Mürzzuschlag. Un marcato femminismo, insieme a un forte autobiografismo, ad esempio, è particolarmente rilevante nel romanzo La Pianista, scritto nel 1983 e da cui il regista Michael Haneke ha tratto l’omonimo lungometraggio nel 2001. Come la protagonista (impersonata sullo schermo da Isabelle Huppert), anche Elfriede Jelinek si è sentita quasi “inibita” nella sua intimità a causa di un’opprimente presenza materna (da cui, tuttavia, non si separerà mai fino a tarda età). Tutto, però, nelle sue opere viene portato all’estremo. Non ci sono mai mezze misure. Stesso discorso vale per un altro importante romanzo, spesso accomunato a La Pianista per stile e tematiche: La Voglia, scritto nel 1989. Qui vengono ulteriormente analizzate le regole di espressione di una pornografia esclusivamente femminile attraverso la descrizione di una relazione pornografica fra una donna e suo marito.

Qual è, dunque, il ruolo della donna all’interno di una società bigotta e ipocrita come quella austriaca? Tutto è permesso, l’importante è che nulla si venga a sapere. Proprio come è recentemente accaduto ad Amstetten, quando un padre ha tenuto per anni sua figlia chiusa in cantina e ha anche avuto diversi figli da lei (fatto di cronaca, questo, da sempre particolarmente a cuore alla Jelinek). Un pericoloso fascismo latente pervade la vita di ognuno di noi. E questo si è tradotto, nel corso degli anni, nei romanzi Wir sind lockvögel baby! (1972) – in cui vengono presi di mira il folklore e la cultura di massa, colpevoli di costituire l’eco di una “nauseabonda ideologia” – Le Amanti (1975) – in cui due donne, a causa delle forti pressioni della società, sono costrette a ricorrere alla gravidanza per sposarsi – e I Figli dei Morti (1995), in cui viene descritta una società popolata principalmente da morti viventi e da cui nel 2019 è stato tratto il film The Children of the Dead, diretto dai giovani Kelly Copper e Pavol Liska.

Lo stile di Elfriede Jelinek, come già menzionato, non è facilmente classificabile. La lingua tedesca viene da lei manipolata, trasformata, “contaminata” da molte altre forme di espressione artistica, non è praticamente traducibile e, spesso, nelle sue opere è stata definita come una sorta di “crescendo musicale”. Quando ci si accinge a leggere un romanzo (o quando si sta per assistere a un’opera teatrale) di Elfriede Jelinek non si sa mai cosa aspettarsi, sebbene, nel corso degli anni, l’autrice abbia optato per strutture narrative maggiormente classiche, rispetto a quelle adottate nei suoi primi romanzi.

Teatro

Il teatro è stato (ed è) il secondo grande amore di Elfriede Jelinek. Ovviamente, non possiamo aspettarci un teatro classico, ma, come di consueto nelle opere dell’autrice, un teatro dinamico, che, forte della contaminazione tra diversi linguaggi e di una forte influenza da parte di Berthold Brecht, riesce a tracciare un’approfondita analisi del mondo in cui viviamo, oltre a muovere forti critiche ai moderni media, colpevoli di manipolare le menti della gente. Il potere della parola viene qui messo in primo piano. Citazioni, aforismi, spot pubblicitari e persino la frequente presenza di un coro fanno da protagonisti assoluti all’interno di opere in cui la struttura narrativa viene totalmente stravolta.

Anche in ambito teatrale, inoltre, vediamo come personaggi femminili ricoprano un ruolo di spicco. In Was geschah, nachdem Nora ihren Mann verlassen hatte oder Stützen der Gesellschaften (1977), la prima opera teatrale di Elfriede Jelinek, l’autrice effettua una sorta di rilettura di Casa di Bambola di Henrik Ibsen, ambientando la storia nella Germania prenazista e mostrandoci come fosse praticamente impossibile per le donne emanciparsi. Un’altra opera che ha fatto molto parlare di sé è Burgtheater, realizzata nel 1985. In Burgtheater, infatti, vengono messi in primo piano attori e attrici che proprio presso il Burgtheater hanno raggiunto la fama in passato. Essi vengono qui rappresentati quasi come dei tiranni vanitosi e superficiali e nell’opera vengono analizzati proprio i legami tra il mondo teatrale e la Germania nazista. Ovviamente, ciò ha comportato un vero e proprio scandalo, come, d’altronde, è stato spesso per numerose altre opere dell’autrice.

Cinema

Per quanto riguarda il mondo del cinema, invece, pur essendo indubbiamente affascinata da questa nuova forma di espressione artistica, Elfriede Jelinek non ha mai diretto personalmente un film. Eppure, sono diverse le sceneggiature da lei scritte o i film ispirati ad alcune sue opere. Oltre, infatti, ai sopracitati La Pianista di Michael Haneke e The Children of the Dead di Kelly Copper e Pawol Liska, Jelinek ha collaborato alle sceneggiature per diversi film spesso tratti dai suoi stessi romanzi, tra cui ricordiamo The Excluded (Franz Novotny, 1982), Malina (diretto da Werner Schroeter nel 1991 e tratto dall’omonimo romanzo di Ingeborg Bachmann), Die Blutgräfin (scritto nel 2009 in collaborazione con Ulrike Ottinger) e il film mai realizzato Eine Partie Dame (1980).

Oltre al già menzionato Elfriede Jelinek – Die Sprache von der Leine lassen di Claudia Müller, non possiamo non ricordare la partecipazione di Elfriede Jelinek all’appassionante documentario Prater, diretto da Ulrike Ottinger nel 2007. In questa occasione, infatti, l’autrice ci ha raccontato i più bei ricordi della sua infanzia riguardanti proprio i pomeriggi trascorsi al Prater insieme alla sua famiglia e ha scritto appositamente un testo ironico e arguto, perfettamente in linea con ciò che nel frattempo Ottinger ci stava raccontando per immagini.

Conclusioni

La sua grande intelligenza e la sua magnetica presenza scenica hanno lasciato il segno anche sul grande schermo. Già, perché, di fatto, pur conducendo una vita estremamente riservata, Elfriede Jelinek non è certo un personaggio che passa inosservato, ma, al contrario, con il suo acuto spirito di osservazione e con il suo desiderio di trovare sempre nuovi linguaggi è riuscita a tracciare nel corso della sua rispettabile carriera un variopinto ed esaustivo ritratto non soltanto dell’Austria degli ultimi decenni, ma anche della società in cui viviamo e di come essa sia cambiata anche a causa dei nuovi media. Non sempre l’autrice è stata capita a dovere. Ma quando ci troviamo di fronte a una personalità di tale calibro questa è una cosa che possiamo facilmente aspettarci. In molti, però, si sono fortunatamente accorti del valore e dell’importanza delle sue opere in tutto il mondo. La sua voce non smetterà mai di “urlare” ciò che ci è accaduto e che ci sta accadendo. E, spesso, potrà farci tanto, tanto male.

Info: il sito ufficiale di Elfriede Jelinek; la scheda di Elfriede Jelinek su iMDb