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PRIMA E DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE

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Negli anni a ridosso della Prima Guerra Mondiale si sentiva più forte che mai la necessità di difendersi dalle brutture di un presente drammatico e di aggrapparsi a ogni minima speranza per il futuro. La settima arte non è rimasta indifferente e in questi anni ha preso una direzione totalmente nuova, facendosi portavoce di ogni essere umano, delle sue debolezze, delle sue paure, del suo disperato desiderio di felicità.

Paure e speranze

La Prima Guerra Mondiale, si sa, ha stravolto milioni e milioni di vite. Dopo il drammatico conflitto bellico, le prospettive, l’attitudine nei confronti della vita e le speranze in un futuro migliore hanno subito un brusco cambiamento. Questo è un dato di fatto. E il cinema, al contempo, come ha reagito? Come abbiamo visto, durante la guerra sono stati prodotti numerosi film di propaganda atti a trasmettere alla nazione e al mondo l’immagine di un Austria vincente e sempre pronta a difendere il suo popolo.

Ma cosa successe dopo? O, meglio, come è cambiato il modo di intendere il cinema d’intrattenimento prima e dopo la guerra? A tal proposito, particolarmente significativi sono tre film: Fluch dem Schicksal – realizzato da Karl Lajthay nel 1919, ossia immediatamente dopo la fine della Prima Guerra Mondiale – Il grande Amore – diretto da Otto Preminger nel 1931, a cavallo tra le due guerre, nonché unico film del celebre cineasta realizzato in Austria – e Per tutta una Vita – realizzato da Gustav Ucicky nel 1940, ossia proprio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le emozioni, così, divennero finalmente le protagoniste assolute, in qualsiasi modo esse possano manifestarsi. Nel 1919, dunque, la guerra era finita da poco, la popolazione di tutto il mondo era scioccata e annichilita e l’ottimismo sembrava ormai un ricordo lontano. In Flucht dem Schicksal venne messo in scena il dramma di un uomo (impersonato da Karl Mihalyfi) costretto ad affrontare dapprima la morte di sua moglie, poi della sua unica figlia. Nel film le ombre hanno costantemente la meglio sulle luci, le atmosfere lasciano presagire qualcosa di terribile. Le scenografie, soprattutto per quanto riguarda gli interni, ricostruiscono ambienti ricchi, eleganti, abitazioni altoborghesi che suggeriscono un benessere appartenente a un’epoca passata. Maya, la figlia del proprietario terriero Thomas Eichwald, si ripresenta a suo padre sotto forma di un alter ego e sembra sapere meglio di tutti quale sia il destino del proprio genitore. I personaggi rivelano la loro doppia natura, al punto che nella vita di tutti i giorni sembrano indossare di volta in volta delle maschere. Povertà, violenza, prostituzione fanno ormai parte del quotidiano. La morte sembra quasi una liberazione.

Quando, al contrario, nel 1931 Otto Preminger girò Il grande Amore, ormai erano passati diversi anni dalla fine della guerra e finalmente si poteva contare su un cauto ottimismo. Ciò che in questo suo film viene messo in scena, dunque, è un forte, fortissimo desiderio di rinascita, la possibilità di ricostruire la propria vita dopo un periodo buio. Dopo molti anni come prigioniero di guerra, Franz (Attila Hörbiger) sta finalmente per tornare a casa. Biglietti del treno e vecchie fotografie rivelano molto sul suo passato e su quello di sua madre e della sua fidanzata, che da tempo attendono il suo ritorno, pur non avendo sue notizie da molto tempo. L’uomo è ormai senza lavoro, ma, una volta giunto a Vienna, salva casualmente un bambino allontanatosi dai suoi genitori. Le due donne lo riconoscono dai giornali, la ricompensa sarà piuttosto soddisfacente e finalmente Franz potrà iniziare una nuova vita e un nuovo lavoro. Le emozioni – che per troppo tempo sono state soffocate e che qui vengono ottimamente rappresentate da oggetti che ben stanno a sottolineare le varie differenze di classe – possono finalmente trovare cautamente sfogo.

Purtroppo, però, come ben sappiamo le cose sono andate diversamente. Nel 1933 è salito al potere Hitler, il Nazionalsocialismo ha preso velocemente piede e nel 1939 è iniziata una nuova guerra. Il passato sembrava tornare drammaticamente, le speranze in un futuro migliore vennero quasi del tutto abbandonate. In Austria, al contempo, restarono pochi registi e ognuno di loro doveva mettere in luce determinate realtà e sentimenti al fine di trasmettere determinati messaggi graditi anche al governo. Tra i cineasti che ebbero l’opportunità di continuare a lavorare in patria ci fu anche Gustav Ucicky, il quale, nel 1940, ossia quando la Seconda Guerra Mondiale era a tutti gli effetti iniziata, realizzò il dramma Per tutta una Vita. La storia messa in scena è quella di Agnes Seethaler (impersonata dalla grande Paula Wessely), la quale ha aspettato a lungo il suo amato Hans (Joachim Gottschalk) – costretto a lasciare la città, appena prima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dopo aver ferito a morte un suo rivale in duello – senza dirgli che, nel frattempo, era nato il loro figlioletto Hansi. Tornato a casa dopo la guerra e ormai costretto su una sedia a rotelle, l’uomo ritroverà la felicità insieme alla sua famiglia. Una felicità destinata a finire quando, diversi anni dopo, anche il giovane Hansi si arruolerà per combattere durante la Seconda Guerra Mondiale.

In Per tutta una Vita – così come in molti altri lungometraggi realizzati all’epoca – si sentiva più che mai la necessità di restare fedeli a sé stessi, mettendo in primo piano le emozioni umane con tutte le loro numerose sfaccettature. I primi piani sui volti dei protagonisti lasciavano suggerire qualcosa di profondo e spesso ambivalente. I delicati rapporti interpersonali assumevano quasi delle connotazioni metafisiche. L’essere umano veniva finalmente e necessariamente messo al primo posto.

Nonostante determinati dettami, dunque, il cinema si è sempre adattato alla Storia, rivelandosi ancora una volta prezioso testimone delle varie epoche. In questi anni, dunque, in Austria si sentiva più forte che mai la necessità di dire la propria, di affermare i propri diritti, di difendersi dalle brutture di un presente drammatico e di aggrapparsi a ogni minima speranza per il futuro. La settima arte non è rimasta indifferente e in questi anni ha preso una direzione totalmente nuova, facendosi portavoce di ogni essere umano, delle sue debolezze, delle sue paure, del suo disperato desiderio di felicità.

Bibliografia: Das tägliche Brennen: eine Geschichte des österreichischen Films von den Anfängen bis 1945, Elisabeth Büttner, Christian Dewald, Residenz Verlag
Info: la scheda di Fluch dem Schicksal su stummfilm.at; la scheda di Il grande Amore su iMDb; la scheda di Per tutta una Vita su iMDb