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INTERVISTA A C. B. YI

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In occasione della Viennale 2021 il regista C. B. Yi ha presentato il suo lungometraggio Moneyboys. Cinema Austriaco ha avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con lui e di farsi raccontare qualcosa in più circa questo suo lavoro e circa la sua carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Com’è nata l’idea di realizzare Moneyboys?

C. B. Yi: Mi è capitato di incontrare persone molto simili al mio protagonista Fei. Persone che come Fei fanno qualcosa per la loro famiglia o per i loro cari che non viene accettato dalla società. Spesso si trovano in difficoltà economiche e per questo motivo sono costretti a fare un certo tipo di vita. Questo l’ho trovato estremamente interessante e per questo motivo ho effettuato numerose ricerche riguardanti persone come lui. Persone che per quello che fanno vengono fortemente criticate e che addirittura vengono mandate via dalle loro stesse famiglie. Trovo ad ogni modo la loro situazione molto triste e volevo assolutamente raccontare la loro storia, in modo che il maggior numero di persone possibile venisse a conoscenza della loro situazione e tentasse di comprendere il loro punto di vista. Ad ogni modo abbiamo impiegato otto anni per realizzare questo film e abbiamo avuto numerosi problemi, ma credo che comunque ci siano persone disposte a comprendere le loro storie e a stare dalla loro parte.

M. P.: L’approccio registico che hai adottato è molto interessante. Ad esempio, hai messo in scena molti piani sequenza. Come mai questa particolare scelta stilistica?

C. B. Yi: Secondo me quando ci sono molti tagli di montaggio lo spettatore non si sente totalmente coinvolto in ciò che viene messo in scena. Con i piani sequenza lo spettatore entra lentamente a far parte della storia. In questo modo non ci sono interruzioni che possano disturbare tale processo di identificazione. Con il montaggio, inoltre, tu decidi dove lo spettatore debba esattamente guardare, si tratta di una sorta di manipolazione, mentre con i piani sequenza è lo spettatore stesso a decidere a quale personaggio prestare maggiormente attenzione o con quale personaggio identificarsi.

M. P.: Nel tuo film hai ingaggiato anche attori non professionisti. Come si è svolto il lavoro con il cast?

C. B. Yi: La maggior parte degli attori veniva dalla campagna, perché ci è capitato di girare anche lì. Ho scelto attori provenienti da diverse regioni, perché altrimenti, se avessi scelto soltanto attori provenienti da Taiwan, avrebbero caratterizzato eccessivamente il film con il loro accento taiwanese. Ho fatto questa scelta, in modo da poter rendere il tutto più armonioso dal punto di vista dei dialetti. Keiko, il protagonista, è incredibilmente talentuoso ed empatico. Tre mesi prima delle riprese ci siamo incontrati, abbiamo parlato a lungo del suo ruolo, finché mi sono reso conto che era talmente preparato che sapeva molte più cose su Fei di quante ne sapessi io. A quel punto gli ho detto: “D’ora in poi tu sei Fei e tutto quello che fai è giusto”. Alla fine è stato talmente bravo che spesso per realizzare i piani sequenza sono stati sufficienti solo uno o due take. Addirittura per questa sua performance è stato nominato per diversi premi internazionali. Spero davvero possa vincere. Lo stesso vale per gli altri attori, sono tutti molto talentuosi e c’è anche chi ha interpretato tre ruoli. Per quanto riguarda l’attore che interpretava lo zio di Fei, ci siamo incontrati addirittura il giorno stesso e abbiamo subito girato il piano sequenza in cui lui litiga con suo nipote.

M. P.: Il mondo da te raccontato è un mondo in cui è impossibile vivere o addirittura amare. Si può affermare che il capitalismo è un ulteriore protagonista?

C. B. Yi: Sì, certo. Si parla innanzitutto di giovani che vengono da piccoli paesi e che non hanno alcun futuro, ma che comunque devono aiutare finanziariamente le loro famiglie. Spesso si trasferiscono nelle grandi città, lavorano come camerieri, ma fanno comunque fatica a pagare l’affitto. Ho scelto di descrivere la loro situazione in modo esplicito attraverso i dialoghi, perché, nonostante si possa parlare attraverso metafore, credo che in certi casi sia importante essere diretti. Non si tratta di un film “politico”, ma comunque è un film che vuole essere molto chiaro per quanto riguarda certi argomenti.

M. P.: Il film è ambientato in Cina. Credi che comunque una storia del genere possa essere ambientata anche a Vienna?

C. B. Yi: Sì. Moneyboys è una storia universale che racconta di persone che fanno molti sacrifici per i loro cari, ma che non vengono mai accettate o apprezzate come meriterebbero. Anche in Austria ci sono persone che ogni giorno sono costrette a fare determinati lavori, ma che vengono spesso criticate dalla società.

M. P.: Quali sono state le principali difficoltà durante la realizzazione del film?

C. B. Yi: Mi è dispiaciuto molto non aver potuto girare il film in Cina, perché, di fatto, Taipei non è affatto come la Cina. Si sente la differenza soprattutto per quanto riguarda la gente e la sua mentalità. Anche la scena del matrimonio, ad esempio, in Cina avrebbe potuto essere molto più realistica, proprio come di solito avvengono i matrimoni in città. Anche la location sarebbe stata molto diversa. A Taiwan, ad esempio, non ci sono villaggi e quello che vediamo nel film è solo un piccolo gruppo di case vuote, un luogo turistico che è stato rappresentato in un determinato modo solo in vista del film. Si tratta di un luogo che normalmente viene sfruttato solo per fare delle foto durante i matrimoni. Girare in location reali sarebbe stato molto diverso, ma purtroppo questo non è stato possibile.

M. P.: Ci sono film o registi che sono stati particolarmente significativi per la tua formazione come regista o per la realizzazione del tuo film?

C. B. Yi: Sì, certo. Ci sono registi che ammiro molto e da cui ho imparato molto, tra cui Michael Haneke, ma anche Hou Hsiao-hsien o Tsai Ming-liang. In particolare per la scena del matrimonio ho spesso pensato all’approccio registico di Hou Hsiao-hsien, ad esempio. Per quanto riguarda i registi del passato apprezzo soprattutto Yasujiro Ozu o anche Shohei Imamura. E poi, naturalmente, ci sono anche registi europei che mi hanno sempre entusiasmato. Ingmar Bergman, ad esempio, è uno di questi.

M. P.: Un’ultima domanda: al momento stai lavorando a nuovi progetti?

C. B. Yi: Sì, sto già lavorando al mio prossimo film. Si intitola Pure Land. Si tratta di un ulteriore capitolo di una trilogia di cui fa parte anche Moneyboys, ma non ci sono gli stessi personaggi. In questo caso la storia è ambientata in una città europea e riguarda un figlio che non riesce ad accettare suo padre, in quanto questi ha problemi di alcolismo e vive per strada.

Info: la scheda di C. B. Yi su iMDb