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INTERVISTA A SEBASTIAN MEISE

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In occasione della Viennale 2021 il regista Sebastian Meise ha presentato il suo lungometraggio Great Freedom, scelto dall’Austria come candidato per gli Oscar 2022. Cinema Austriaco ha avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con lui e di farsi raccontare qualcosa in più circa questo suo lavoro e circa la sua carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Com’è nata l’idea di realizzare Great Freedom?

Sebastian Meise: Vi sono dei documenti che testimoniano come alcune persone, una volta liberate dai campi di concentramento, siano state mandate direttamente in galera. Nel momento in cui io e il mio team ne siamo venuti a conoscenza abbiamo trovato la cosa incredibile e abbiamo iniziato a fare delle ricerche per capire cosa ci fosse dietro. Per me è stata in modo particolare una sorpresa. Sapevo benissimo che un tempo l’omosessualità era qualcosa di proibito, ma non sapevo quanto a lungo fosse durato questo divieto. Si tratta di qualcosa che mi ha profondamente colpito e che ho voluto ulteriormente approfondire.

M. P.: Il film racconta soprattutto una bellissima storia d’amore, ma vengono trattati anche temi ancora oggi molto attuali. Quanto è importante oggi, secondo te, fare politica attraverso un film?

S.M.: Credo innanzitutto che un film non debba avere principalmente finalità politiche, credo che un film possa difficilmente portare a importanti cambiamenti politici. Tuttavia ci sono racconti universali. In questo caso la base da cui si parte è la vita degli omosessuali ai tempi della guerra. Si parte da questo contesto storico, ma poi la storia si concentra su questi due uomini che si incontrano in una sorta di mondo distopico e intrecciano una relazione in un mondo in cui è praticamente impossibile che essa possa esistere.

M. P.: I protagonisti Hans (impersonato da Franz Rogowski) e Viktor (Georg Friedrich) inizialmente sembrano molto diversi l’uno dall’altro. In che modo sono stati sviluppati i loro personaggi?

S. M.: I personaggi si sono sviluppati quasi da sé. Il personaggio di Hans è nato in seguito a diversi incontri con persone che hanno vissuto le sue stesse esperienze. Si tratta di persone che abbiamo incontrato durante le nostre ricerche e che proprio come Hans sono state diverse volte in carcere. Da qui è nata l’idea del suo rapporto con Viktor: Viktor è un uomo che Hans incontra spesso durante i suoi periodi di prigionia, è una figura che ricorre spesso durante la sua vita in carcere. La loro storia è venuta fuori quasi in modo naturale e noi stessi eravamo quasi sorpresi di cosa potesse accadere tra loro nel corso degli anni (ride, n. d. r.).

M. P.: Vi sono alcuni oggetti che nel film ricoprono un ruolo piuttosto importante, come ad esempio un pacchetto di sigarette. In che modo tali oggetti riescono a comunicare ciò che i due personaggi non si dicono apertamente?

S. M.: In questo caso non si tratta semplicemente di linguaggio cinematografico. Si tratta di qualcosa di cui entrambi non hanno realmente bisogno, ma è comunque qualcosa che si trova lì in quel momento e che viene utilizzata per creare un contatto tra di loro. Ciò che trovo maggiormente commovente in questa storia è che, di fatto, la loro relazione è qualcosa di difficile da definire. Anche nella vita reale si incontrano spesso persone con le quali si stabilisce un rapporto difficile da definire o che forse non può essere definito.

M. P.: Il luogo in cui la storia si svolge potrebbe essere quasi definito un non-luogo. Tu comunque hai girato il film in un vero carcere. Quali sono state le principali difficoltà durante la lavorazione?

S. M.: Si trattava di un carcere vuoto, quindi comunque avevamo molto spazio a disposizione, anche se le celle erano molto strette e in alcuni casi poteva essere complicato girarvi delle scene. E poi c’era anche il problema che in inverno faceva molto freddo. Ma comunque, al contempo, vi erano altri spazi abbastanza ampi. In generale, comunque, mi è piaciuta molto l’atmosfera che si è venuta a creare all’interno della troupe. Quando ci si trova all’interno di un carcere, dove hanno avuto luogo tante e tante storie, si crea comunque un’atmosfera particolare, sebbene si tratti del set di un film. Ad ogni modo abbiamo parlato spesso di cosa avesse potuto vivere chi era stato lì prima di noi. Credo comunque che queste location reali possano conferire all’intero film un carattere ancora più realistico, sebbene anche semplicemente con la post produzione si riesca a conferire al film l’effetto che si vuole.

M. P.: La libertà è qualcosa che paradossalmente si può trovare anche all’interno di un carcere. Quanta libertà si ha, però, nel momento in cui si vuole realizzare un film?

S. M.: Naturalmente la difficoltà più grande sta nel trovare dei finanziamenti. Ma l’arte, in generale, non sempre riesce a essere “libera”. Lo stesso Lars von Trier, ad esempio, ha sempre cercato sistemi per rendere la creazione artistica il più libera possibile. Eppure io penso che sia importante avere dei limiti, perché a volte, paradossalmente, quando si ha troppa libertà ci si sente persi.

M. P.: Parliamo della tua carriera. Quando hai capito che volevi diventare regista?

S. M.: Molto, molto tardi (ride, n. d. r.). Inizialmente volevo diventare musicista, ma la cosa non è andata in porto. Poi mi sarebbe piaciuto diventare pittore, ma anche questa cosa non è andata in porto. Allora mi sono detto: perché non diventare regista (ride, n. d. r.)? Ma forse già avevo la sensazione che questi due “mezzi talenti” potessero portare a un talento più grande. Così ho sostenuto l’esame per entrare alla Filmakademie è la cosa è andata finalmente in porto. Questo era il mio ultimo tentativo, anche se fare il regista non ha molto a che fare con le professioni di musicista o di pittore. Eppure, ad ogni modo, credo che un film abbia molto a che fare con la musica in generale, anche per quanto riguarda il ritmo narrativo stesso. Potrebbe essere quasi considerato una sorta di “composizione musicale”.

M. P.: Ci sono film o registi che hanno avuto particolare importanza durante la tua formazione come regista?

S. M.: Antonioni e Kubrick, ad esempio, sono stati molto importanti per me. Quando ero bambino, poi, mio padre mi ha spesso fatto vedere Fitzcarraldo di Werner Herzog (almeno una volta l’anno dovevamo vederlo, in genere sempre a Pasqua). Fitzcarraldo secondo me descrive molto bene cosa significa fare un film: si tratta di portare avanti un progetto gigantesco, ma alla fine il risultato è qualcosa che non ci saremmo mai aspettati.

M. P.: Un’ultima domanda: al momento stai lavorando a nuovi progetti?

S. M.: Sì, ma al momento la cosa è ancora agli inizi e credo che la cosa andrà avanti lentamente e ancora per molto tempo (ride, n. d. r.).

Info: la scheda di Sebastian Meise su iMDb