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EDGAR G. ULMER – IL RE DEI B-MOVIES

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Un maestro del genere noir, il grande Edgar G. Ulmer. Eppure, il regista non è ricordato soltanto per questa sua peculiarità. Spesso costretto a girare film con budget molto bassi, Ulmer era solito ultimare le riprese in pochissimi giorni. Ciò, tuttavia, non influenzò mai la buona qualità dei suoi film, dove tutto era studiato fin nel minimo dettaglio.

Piccoli, grandi capolavori

Una grande predilezione per i B-Movies e per i noir. Un approccio registico singolare, particolarmente attento a ogni singolo dettaglio. Una cura per le scenografie frutto di attenti studi e di un’importante gavetta. Uno dei grandi registi della storia del cinema a lungo ignorato dai critici ma solo successivamente rivalutato. In poche parole: Edgar G. Ulmer. Se oggi lo straordinario talento di Edgar G. Ulmer è riconosciuto in tutto il mondo, non sempre il regista ha ottenuto in vita le giuste soddisfazioni. Eppure il tempo e la Storia hanno giocato a suo favore.

Edgar Georg Ulmer nacque il 17 settembre 1904 a Olmütz, in Moravia, durante una vacanza dei suoi genitori. Affascinato dal mondo dell’arte fin da giovanissimo, Edgar voleva inizialmente diventare scenografo. Questa sua passione avrebbe fortemente influenzato, in futuro, anche la sua carriera da regista. Dopo aver studiato presso l’Accademia delle Arti Applicate di Vienna, Ulmer continuò i suoi studi presso il rinomato Max-Reinhardt-Seminar e proprio con il regista teatrale Max Reinhardt iniziò a lavorare come scenografo. Nel 1923 i due partirono alla volta degli Stati Uniti, dove Edgar G. Ulmer trovò successivamente lavoro come disegnatore presso la Universal Pictures.

Eppure la grande svolta nella sua carriera doveva ancora arrivare. E ciò non sarebbe avvenuto inizialmente negli Stati Uniti. Tornato in Germania, infatti, Ulmer ebbe modo di collaborare con registi del calibro di Friedrich Wilhelm Murnau e Fritz Lang. Furono soprattutto loro a influenzare i suoi film futuri. Furono loro, insieme all’allora nascente Espressionismo Tedesco, a gettare le basi di quello che sarebbe successivamente diventato il cinema di Edgar G. Ulmer. Insieme a Murnau Ulmer prenderà parte alla lavorazione del capolavoro Aurora (1927). Per l’occasione, egli avrà modo di sperimentare un nuovo modo di costruire le scenografie, ossia la cosiddetta “scenografia di produzione”, che prevedeva la costruzione di una scenografia diversa a seconda dei punti macchina adoperati. Ciò permetteva di gestire al meglio le singole prospettive e di conferire la giusta profondità all’immagine.

Sempre in Germania, Edgar G. Ulmer prenderà parte alla lavorazione del documentario Menschen am Sonntag, diretto nel 1930 da lui insieme a Robert Siodmak e sceneggiato da Billy Wilder. Con una carriera che iniziava a diventare sempre più importante, Ulmer decise, proprio come molti suoi colleghi, di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti (dal momento che lavorare in Germania stava diventando per artisti e letterati sempre più complicato). Una volta a Hollywood, Edgar iniziò a lavorare per la Metro Goldwin Mayer e finalmente iniziò a girare i suoi primi film. In questi anni, dunque, stava per iniziare uno dei capitoli fondamentali della storia del cinema di tutto il mondo.

Nel 1934 Ulmer realizzò The black Cat, liberamente tratto da Edgar Allan Poe. In questa occasione la predilezione del regista per il genere noir divenne più che mai evidente. Il film – che narra la storia di un folle architetto solito imbalsamare i cadaveri di donne da lui uccise – vede la partecipazione di due grandi star del cinema horror, Boris Karloff e Bela Lugosi. Una nuova avventura per il regista che, forse, aveva scoperto un nuovo, grande talento.

Da quel momento in avanti, le soddisfazioni furono numerose e tra i suoi lungometraggi maggiormente degni di nota ricordiamo La Follia di Barbablù (1944), che narra le vicende di un pittore che strangola le sue modelle dopo averle ritratte, e l’ottimo Detour (1945), appassionante road movie, nonché pregiato noir, in cui viene messa in scena attraverso un lungo flashback la storia di un automobilista che nasconde il cadavere di un uomo morto accidentalmente e, terrorizzato, ne assume l’identità.

Un maestro del genere noir, il grande Edgar G. Ulmer. Eppure, il regista non è ricordato soltanto per questa sua peculiarità. Spesso costretto a girare film con budget molto bassi, Ulmer era solito ultimare le riprese in pochissimi giorni. Ciò, tuttavia, non influenzò mai la buona qualità dei suoi film, dove tutto era studiato fin nel minimo dettaglio. Le sue storie, i suoi personaggi erano in grado di coinvolgere lo spettatore fin dai primi minuti, grazie a una minuziosa cura dell’immagine accompagnata da una profonda e mai scontata indagine psicologica. Non gli rese giustizia, dunque, il fatto di essere inizialmente considerato un regista di serie B. Grazie a lui numerosi B-Movies sono considerati oggi alla stregua di vere e proprie pietre miliari della storia del cinema. Ma chi si accorse realmente del suo talento all’epoca?

Edgar G. Ulmer venne considerato a lungo come un regista di film “minori”, ma anche come il cosiddetto “regista delle minoranze”. Già, perché, di fatto, il cineasta si interessò spesso a piccole comunità, alle loro tradizioni, ai loro costumi. Particolarmente degni di nota, a tal proposito, sono il lungometraggio yiddish Grine Felder (1937) e l’ucraino Natalka Potavka (1937). Ulmer era così: amava dedicarsi a piccole realtà, a realtà considerate quasi “marginali”. E grazie a lui tali realtà assumevano una forma del tutto innovativa e personale – ora futurista, ora espressionista, ma anche perfettamente in linea con i canoni della produzione hollywoodiana dell’epoca.

Dopo gli anni Cinquanta, tuttavia, le cose cambiarono. Dopo aver diretto ancora due film di successo – ossia il film di fantascienza L’Uomo dal Pianeta X (1951), realizzato in soli sei giorni, e il western Fratelli messicani (1955), che ha successivamente ispirato Jules e Jim di François Truffaut (1962) – Edgar G. Ulmer diresse principalmente film mediocri: ormai il mondo del cinema era cambiato e il suo personalissimo stile non era più richiesto come prima. Il regista tentò la fortuna, così, addirittura in Italia, dove realizzò Antinea, l’Amante della Città sepolta (1961) e il suo ultimo lungometraggio Sette contro la Morte (1964).

Da quel momento in avanti, la sua salute iniziò a peggiorare e dopo un attacco cardiaco nel 1965, Ulmer morì d’infarto, a Woodlands Hills, in California, il 30 settembre 1972. Soltanto dopo la sua morte la sua indubbia maestria venne riconosciuta da tutti. Già negli anni Cinquanta e Sessanta, tuttavia i critici cinematografici e registi della Nouvelle Vague si erano accorti di lui e avevano spesso approfondito le sue opere sui Cahiers du Cinéma. Due anni dopo la sua morte, nel 1974, il regista Peter Bogdanovich pubblicò un libro-intervista incentrato (anche) su di lui: Who the devil made it. Conversations with legendary film directors. Ormai il nome di Edgar G. Ulmer aveva acquisito una certa rilevanza. Ormai questo straordinario cineasta, scenografo e sceneggiatore austriaco era considerato uno dei grandi maestri della storia del cinema.

Info: la scheda di Edgar G. Ulmer su iMDb