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VALIE EXPORT – AVANGUARDIA E ANTICONFORMISMO

Performer, fotografa, cineasta avanguardista e agguerrita femminista. Malgrado le numerose controversie, malgrado le infinite discussioni a cui la sua arte ha dato adito, al giorno d’oggi, finalmente, l’indubbio valore di VALIE EXPORT è riconosciuto in tutto il mondo.

Tutto ebbe inizio da una sigaretta…

Il suo nome è Waltraud Lehner. Eppure, oggi come oggi, sono davvero in pochi a esserne a conoscenza. Se, infatti, il suo nome di battesimo è stato ben presto messo da parte, tutto il mondo conosce l’anticonformista VALIE EXPORT. Perché, di fatto, la controversa regista, performer e fotografa di Linz, ha scelto questo nome d’arte – scritto rigorosamente in caratteri maiuscoli – già dagli inizi della sua carriera.

Nata, appunto, a Linz il 17 maggio del 1940, Waltraud è cresciuta con la madre – vedova di guerra – e con le due sorelle, per poi avere, fin da giovanissima, un’educazione fortemente religiosa, che verrà ricordata dalla stessa quasi con tenerezza. Controcorrente fin da bambina, la piccola Waltraud si divertiva a inventare peccati inesistenti durante le sue confessioni, soltanto per vedere quali reazioni la cosa avrebbe provocato. Già si poteva intuire, dunque, la sua spiccata personalità e la sua voglia di scioccare chiunque le stesse accanto. Eppure, ci vollero ancora alcuni anni prima che l’Austria – e successivamente il mondo intero – iniziasse ad accorgersi di lei.

Sposatasi all’età di diciotto anni, ossia nel 1958, nello stesso anno nacque sua figlia Perdita. Eppure, il suo matrimonio non durò a lungo e già due anni dopo, la giovane Waltraud si separò dal marito, affermando che negando a tutti i costi un’impostazione famigliare prettamente maschilista e riuscendo a badare a sé stessa sarebbe stata finalmente libera e indipendente. E questo modo di pensare, tra l’altro, avrebbe caratterizzato l’intera sua produzione artistica futura.

Diplomatasi in Design presso l’Istituto Federale di Istruzione Superiore e Ricerca per l’Industria Tessile, VALIE EXPORT (il cui nome d’arte fu ufficialmente scelto nel 1967) iniziò a muovere i primi passi nel mondo del cinema in qualità di sceneggiatrice e montatrice. Al contempo, numerosi e costanti furono i contatti con i suoi colleghi dell’Azionismo Viennese, dal quale prese indubbiamente ispirazione (soprattutto per quanto riguarda l’uso del proprio corpo, sottoposto a dolore e sofferenze, durante le performance), pur discostandosi sotto molti aspetti e prendendo, ben presto, una strada tutta sua.

Il nome VALIE EXPORT, dunque, fu scelto secondo una logica ben precisa: ispirandosi al logo di un’importante marca di sigarette austriaca – la Export Smart – Waltraud negò sia il cognome di suo padre che quello del suo primo marito – Höllinger – in quanto entrambi le avevano trasmesso l’idea di una famiglia improntata sul maschilismo. Allo stesso modo, il cognome EXPORT stava a identificare la figura dell’artista considerato alla stregua di merce da esportazione, da far conoscere anche al di fuori dei confini nazionali. E così, anche all’interno del suo nome, già si possono intravedere le costanti della sua ricca produzione artistica, fortemente improntata al femminismo e vogliosa di infrangere ogni schema costituitosi. Ad ogni modo, l’opera che maggiormente rappresenta il suo singolare nome d’arte è proprio la fotografia VALIE EXPORT – Smart Export (1970), dove la EXPORT appare con in mano un pacchetto di sigarette con stampato, all’interno del logo, proprio una sua foto.

Da sempre affascinata dal mondo della settima arte, VALIE EXPORT si legò, inizialmente, al movimento dell’Expanded Cinema, dando vita al cosiddetto Touch Cinema, il quale consisteva in una serie di performance per le strade della città, durante le quali la stessa artista indossava una scatola e chiedeva, di volta in volta, ai passanti di toccare il suo interno. Tale performance – la sua prima importante – avvenne nel 1960 e scosse profondamente la società perbenista e benpensante dell’epoca. Missione compiuta, dunque, per l’artista di Linz, che non si lasciò minimamente toccare dalle critiche, ma che continuò la sua opera andando dritta per la sua strada.

Un’altra performance altrettanto degna di nota, fu indubbiamente Portfolio della Caninità (realizzata nel 1968), durante la quale l’artista si limitava a passeggiare per le strade di Vienna tenendo al guinzaglio il suo partner dell’epoca: l’artista e performer Peter Weibel, con cui iniziò una relazione dopo aver lasciato l’architetto Friedrich Hundertwasser.

Da sempre affascinata dal mondo dei tatuaggi, VALIE EXPORT non esitò a inserire questa pratica in un’altra delle sue performance, avvenuta nel 1971. Inizialmente, l’idea era quella di farsi tatuare un serpente che, partendo dalla gamba, sarebbe dovuto salire lungo la schiena, fino ad arrivare alla sua guancia. Eppure, in questo caso, fu lo stesso tatuatore a rifiutarsi di realizzare un disegno del genere, così la donna dovette accontentarsi di una giarrettiera sulla coscia, simbolo indiscusso della seduzione femminile.

Tra improvvise irruzioni a teatro e durante spettacoli cinematografici, dunque, ormai il mondo dei media conosceva alla perfezione il nome di VALIE EXPORT. E, come volevasi dimostrare, non tutti reagirono positivamente o con genuino interesse alla sua arte. A tal proposito, un giornalista a suo tempo scrisse: “Non possiamo bruciare le streghe, perché è proibito, e non possiamo bruciare la celluloide perché non brucia facilmente; quindi, non possiamo bruciare neppure VALIE EXPORT”. E, per ammissione della stessa EXPORT, la sua immagine, all’interno di tutta l’Austria, era costantemente mal vista. Ad ogni modo, anche il mondo intero, pian piano, iniziò ad accorgersi di lei. E numerosi artisti – tra cui, su tutti, la stessa Marina Abramovic, che in suo onore ripropose la performance GenitalPanik – iniziarono a ispirarsi a lei.

Ma se le sue discusse e innovative performance erano solite catturare immediatamente l’attenzione del pubblico e della stampa, contemporaneamente VALIE EXPORT era solita dedicare parecchio del suo tempo anche al mondo del cinema, dove le sue pellicole riprendevano fedelmente le tematiche della sua arte. Questo, ad esempio, è il caso di cortometraggi sperimentali come Body Tape (1970), Hyperbulie (1973) e Body Politics (1974), così come di lungometraggi del calibro di Invisible Adversaries (1977), Woman Females (1979) e The Practice of Love (relizzato nel 1985 e presentato in concorso alla Berlinale dello stesso anno). Tutti questi suoi lavori, che, in realtà, rappresentano soltanto una minima parte della sua vasta produzione cinematografica (che vede, al momento, il suo ultimo lavoro nella videoinstallazione VALIE EXPORT – Metanoia, realizzata nel 2011), sono stati donati dalla stessa EXPORT all’Austrian Film Museum di Vienna, dove periodicamente vengono organizzate retrospettive a tema.

Malgrado le numerose controversie, malgrado le infinite discussioni a cui la sua arte ha dato adito, al giorno d’oggi, finalmente, l’indubbio valore di VALIE EXPORT è riconosciuto in tutto il mondo. Apprezzata in modo particolare anche in Germania, l’artista – che nel 2020 ha compiuto ottant’anni – attualmente vive a Vienna insieme al secondo marito – Robert Stockinger – e per anni ha insegnato design e produzione multimediale all’Università del Wisconsin, all’Università di Belle Arti di Berlino e all’Università di Colonia.

“C’è stata una grande campagna contro di me in Austria.” ha affermato, a suo tempo, la stessa VALIE EXPORT. Eppure, oggi come oggi, la sua Austria le ha finalmente riconosciuto i meriti, conferendole nel corso degli anni anche numerosi riconoscimenti, tra cui il più bizzarro è indubbiamente la creazione del VALIE EXPORT Center, all’interno della fabbrica di tabacco di Linz a cui l’artista si è ispirata, appunto, per la scelta del suo nome d’arte. A questa stessa fabbrica, tra l’altro, sarà trasferita, un giorno, l’intera eredità della EXPORT, la quale, attualmente, continua ancora a produrre arte, seppur con ritmi assai più blandi. E chissà quante sorprese avrà ancora da regalarci.

Info: la scheda di VALIE EXPORT su iMDb