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IL CINEMA ETNOGRAFICO DI RUDOLF PÖCH

Durante la Prima Guerra Mondiale, grande importanza ha avuto la figura dell’antropologo e cineasta austriaco Rudolf Pöch, padre indiscusso del cinema etnografico in Austria, il quale, per primo, chiese alle autorità il permesso di poter utilizzare i nuovi mezzi della fotografia e del cinema al fine di poter studiare, di volta in volta, le diverse etnie di tutto il mondo, partendo dai prigionieri di guerra russi.

Quando l’antropologia incontrò il cinema

Come tutti tristemente sappiamo, durante la Seconda Guerra Mondiale – e, nello specifico, durante la dittatura nazista – la disciplina della fisiognomica ha svolto un ruolo centrale per quanto riguarda la diffusione delle teorie legate al concetto di razza professate da Adolf Hitler. Eppure, tale disciplina era stata nuovamente presa in considerazione già diversi anni prima, per l’esattezza durante la Prima Guerra Mondiale. E in qualche modo anche la settima arte giocò un ruolo decisivo in merito. Fu in questo periodo, infatti, che il binomio cinema e fisiognomica iniziò a destare l’interesse di politici e antropologi, al fine di poter studiare più da vicino le caratteristiche del popolo russo, filmando da vicino i prigionieri di guerra rinchiusi nei campi di lavoro. Da quel momento, dunque, anche in Austria il cosiddetto cinema etnografico iniziò a svolgere un ruolo centrale all’interno della produzione dell’epoca.

A tal proposito, grande importanza ha avuto in questo periodo la figura dell’antropologo e cineasta austriaco Rudolf Pöch, padre indiscusso del cinema etnografico austriaco, il quale, per primo, chiese alle autorità il permesso di poter utilizzare i nuovi mezzi della fotografia e del cinema al fine di poter studiare, di volta in volta, le diverse etnie di tutto il mondo, partendo proprio dai prigionieri di guerra russi.

Una nutrita serie di fotografie dell’epoca, dunque, ci mostra i dettagli dei volti dei prigionieri, focalizzandosi ora sui nasi, ora sugli zigomi, ora sugli occhi e via discorrendo. Un lavoro, il presente, dall’approccio prevalentemente scientifico, che poco spazio lasciava all’immaginazione o a ogni qualsivoglia barlume di creatività. Ma fu soltanto quando entrò in gioco il cinema che si ottennero i risultati maggiormente interessanti. Almeno da un punto di vista prettamente storico.

A partire dal 1915, dunque, Rudolf Pöch iniziò a filmare i prigionieri dei campi nella loro quotidianità, al fine di studiarne al meglio i gesti, i rituali, gli oggetti più frequentemente adoperati e le tradizioni. Sono quindici i filmati realizzati in questo periodo da Pöch. E se in uno di essi è possibile assistere a una festa di matrimonio tradizionale, altri si concentrano principalmente su danze, su momenti di raccoglimento e di preghiera e persino su strumenti musicali suonati a seconda delle diverse occasioni. Al fine di studiare le diverse etnie, Pöch si è avvalso di tutte le sue conoscenze in materia cinematografica, cercando di comprendere al meglio quali fossero le rispettive abilità di ogni personaggio filmato e facendo fare ai suoi “attori” anche diverse prove, prima di iniziare le riprese.

In poche parole, questi filmati realizzati da Rudolf Pöch stavano a rappresentare una sorta di commistione tra documentario e film di finzione, prodotti ibridi a metà strada tra realtà e fantasia. E malgrado l’approccio per molti versi rudimentale, stanno a rappresentare, al giorno d’oggi, un preziosissimo documento che fa da ulteriore tassello atto a comporre la storia del secolo scorso.

Ma a cosa servivano, nella pratica, tutte queste informazioni raccolte attraverso i filmati e le fotografie? Ciò a cui si aspirava era qualcosa di ben più “grande”, qualcosa che potesse servire a catalogare definitivamente tutte le diverse etnie, riconoscendo una serie di caratteristiche basilari che accomunavano ogni membro di un determinato gruppo. E ciò sarebbe stato possibile soprattutto mediante la realizzazione di dettagliatissimi calchi, realizzati in seguito all’osservazione diretta dei materiali fotografici e delle riprese realizzate. E, alla fine così fu: vennero realizzati numerosi calchi di teste umane, ognuno studiato fin nel minimo particolare. Tali calchi furono successivamente mostrati al pubblico in una speciale esposizione dedicata, appunto, ai prigionieri di guerra, che ebbe luogo nel 1916, presso uno dei padiglioni del Prater. Inutile dire che fu un successo. E la cosa piacque a tal punto ai potenti che si decise, che, al fine di realizzare dei lavori ancora più dettagliati, i successivi calchi avrebbero dovuto avere addirittura gli occhi aperti.

In un modo o nell’altro, dunque, cinema e fisiognomica trovarono, già durante la Prima Guerra mondiale, un solido punto d’incontro. E il cinema etnografico divenne uno dei generi prediletti in tempo di guerra. Ma cosa avevano questi filmati di diverso rispetto a quanto realizzato in passato? Semplice: in questo caso il cinema aveva perso tutta la sua magia e si era fatto pura scienza di osservazione. Eppure, negli anni precedenti, sia che si trattasse di cinema documentario o di un film di finzione, c’era sempre una sorta di vena poetica nelle pellicole realizzate. Se, infatti, la storiella di una giovane coppia di innamorati intenti a passeggiare per i viali del Prater aveva fatto commuovere spettatori di tutte le età, anche semplici documentari turistici si erano rivelati, a loro tempo, particolarmente evocativi e contemplativi. La guerra, ormai, aveva privato il pubblico proprio di tutto.

Bibliografia: Das tägliche Brennen: eine Geschichte des österreichischen Films von den Anfängen bis 1945, Elisabeth Büttner, Christian Dewald, Residenz Verlag
Info: la scheda del cinema etnografico sul sito dell’Enciclopedia Treccani