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ZECHMEISTER

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di Angela Summereder

voto: 7.5

Chi è la vittima e chi il carnefice, alla fine dei giochi, in questa singolare versione dei fatti messa in scena da Angela Summereder? Al di là di come siano andate realmente le cose, nessuno è realmente senza macchia nel presente Zechmeister. E, in fin dei conti, il dito viene puntato soprattutto contro una società ipocrita e perbenista, pronta ad accusare chiunque gli capiti a tiro, pur di vedere da lontano quali conseguenze nasceranno da determinate azioni.

Colpevole o innocente?

Un lungometraggio a dir poco essenziale, il presente Zechmeister, per quanto riguarda la storia del cinema austriaco. Realizzato, infatti, da Angela Summereder nel 1981 – e riproposto al pubblico in occasione della Viennale 2020, all’interno della retrospettiva Austrian Auteurs curata dal Filmarchiv Austria – questo singolare lavoro si colloca all’interno di un’epoca in cui un nutrito numero di autori (molti dei quali provenienti da paesi stranieri, come l’iraniano Mansur Madavi e il canadese John Cook), desiderosi di allontanarsi dai canoni che per anni avevano imperato all’interno della cinematografia austriaca, hanno iniziato a sperimentare un nuovo modo di rapportarsi alla settima arte stessa, per una serie di lavori, ognuno dei quali a suo modo innovativo.

A tal proposito, il presente Zechmeister si distingue immediatamente per la sua forma ibrida, a metà strada tra il documentario e il lungometraggio a soggetto, che prende spunto direttamente da un fatto di cronaca realmente accaduto. Ci troviamo, dunque, nel 1949. Maria Zechmeister viene condannata all’ergastolo, accusata di aver avvelenato suo marito Anton. Ma quali prove certe ci sono a riguardo? A quanto pare, a parte un continuo spettegolare da parte dei parenti della vittima, dei vicini di casa e dei domestici della famiglia Zechmeister, non v’è nulla che possa, di fatto, provare la colpevolezza della donna, successivamente scarcerata dopo diciassette anni di galera.

Al fine di mettere in scena questa singolare vicenda e tentando, senza troppe pretese, di far luce sui fatti, dunque, Angela Summereder si è avvalsa di numerose testimonianze e rapporti dei medici legali e della polizia – i cui testi sono stati mantenuti, qui, quasi integralmente – per dar vita a un lavoro del tutto singolare nella sua forma. Di Maria Zechmeister sentiamo subito la voce: la stessa ha preso parte direttamente alla lavorazione del film raccontando la propria versione dei fatti. Allo stesso modo, molte delle persone che compaiono nella surreale scena del processo ambientata in aperta campagna, sono attori non professionisti che abitavano nel paesino dei coniugi Zechmeister. E se, al contempo, le figure di due detective che cercano in tutti i modi di provare il fatto che la vittima sia stata avvelenata dalla moglie, vengono rappresentate in modo alquanto bizzarro e macchiettistico, ecco che, immediatamente, personaggi innaturalmente statici nei panni di giudici che altro non fanno che stare in piedi sotto un albero – con tanto di forte vento in sottofondo – ci riportano immediatamente al cinema di Federico Fellini e a quel profondo, assordante senso di morte che perfettamente viene rappresentato in alcune delle sue sequenze più celebri.

Ma Fellini, di fatto, non è l’unica fonte di ispirazione della Summereder. Dato, infatti, questo suo singolare approccio registico, ci viene più che altro da pensare all’indimenticata Chantal Ackerman e al suo modo di far vivere i luoghi e gli oggetti attraverso delle semplici voice over.

Mentre una voce sterile e apparentemente distaccata descrive passo passo l’autopsia sul cadavere di Anton Zechmeister, la macchina da presa rimane fissa con un plongé su di un corso d’acqua. Ed ecco che, immediatamente, i fatti vengono osservati con maggior distacco, ispirandosi in tutto e per tutto alla filosofia di Eraclito. Tutto scorre e per quanto un evento possa essere drammatico, le cose, lentamente, sono destinate a tornare come prima. Come se nulla fosse successo. E proprio come sta ulteriormente a sottolineare il rumore costante di un temporale che, per diversi minuti dopo la fine dei titoli di coda, abbiamo modo di ascoltare mentre lo schermo rimane totalmente nero.

Chi è la vittima e chi il carnefice, alla fine dei giochi, in questa singolare versione dei fatti messa in scena da Angela Summereder? Al di là di come siano andate realmente le cose, nessuno è realmente senza macchia nel presente Zechmeister. E, in fin dei conti, il dito viene puntato soprattutto contro una società ipocrita e perbenista, pronta ad accusare chiunque gli capiti a tiro, pur di vedere da lontano quali conseguenze nasceranno da determinate azioni. E questa forte critica nei confronti della società stessa diventerà, nel corso degli anni, quasi una sorta di leit motiv all’interno della cinematografia austriaca, nonché il tema portante anche di numerosi autori successivamente affermatisi. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Titolo originale: Zechmeister
Regia: Angela Summereder
Paese/anno: Austria / 1981
Durata: 83’
Genere: drammatico
Cast: Asher Mendelssohn, Herbert Adamec, Dietrich Siegl, Michael Totz, Gernot Klotz, Peter Weibel, Franz Hofer, Karin Herber, Claudia Schneider, Raymon Montalbetti, Fritz Mikesch, Engelbert Jirak, Hans Vorhauer, Horst Hebeisen, Alois Ecker, Georg Arlmannseder, Karl Bauer
Sceneggiatura: Angela Summereder
Fotografia: Hille Sagel
Produzione: Studio-Film

Info: la scheda di Zechmeister sul sito della Viennale; la scheda di Zechmeister sul sito del Filmarchiv Austria; la scheda di Zechmeister su iMDb