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INTERVISTA A TIZZA COVI E RAINER FRIMMEL

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In occasione della Viennale 2020, i registi Tizza Covi e Rainer Frimmel hanno presentato al pubblico il loro ultimo lavoro, Notes from the Underworld (titolo originale: Aufzeichnungen aus der Unterwelt), già selezionato alla Berlinale 2020, all’interno della sezione Panorama. Cinema Austriaco ha avuto modo di incontrarli e di farsi raccontare qualcosa di più su questo loro nuovo progetto e, più in generale, sulla loro carriera e sul loro modo di rapportarsi alla settima arte. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: In che modo è nata l’idea di realizzare il vostro Notes from the Underworld?

Tizza Covi: L’idea, in questo caso, è venuta a Rainer. Lui è viennese e si è sempre interessato a questo tipo di storie riguardanti il mondo underground e, nello specifico, a vicende relative a questo gioco di carte illegale, che è lo Stoss. Noi, comunque, non abbiamo mai visto di buon occhio neanche la Novomatic, che è un gioco legale, che manda in rovina tantissima gente e che è una delle società più ricche che ci siano. Dal canto nostro, comunque, ci siamo sempre chiesti come mai chi, invece, limitandosi a giocare per conto proprio e riuscendo a guadagnare soltanto pochi spiccioli abbia sempre avuto così tanti problemi. Per molto tempo, poi, abbiamo cercato Alois Schmutzer, che gestiva questo gioco illegale. Non sapevamo dove vivesse, se a Vienna o fuori Vienna. Poi, però, il musicista Kurt Girk ci ha detto che Alois andava ogni sabato al mercato per comprare della frutta e verdura per i suoi animali. Allora Rainer ha iniziato ad andarci ogni sabato per cercare di incontrarlo. L’unica cosa che sapevamo di lui è che aveva delle mani grandissime. Allora per mesi e mesi Rainer è andato al mercato per tentare di trovarlo, finché non ci è riuscito. Da quel momento in avanti sono seguiti tanti anni di interviste e di incontri e abbiamo avuto modo di conoscere anche sua moglie.
Ad ogni modo, tutti i nostri progetti nascono per un interesse nostro, indipendentemente dal fatto di voler realizzare o meno un film. Quello che maggiormente ci interessa è vedere cosa c’è “dietro le quinte”. E questo vale soprattutto sia per le minoranze che per chi conosciamo soltanto attraverso un articolo di giornale.

M.P.: Il progetto, comunque, è iniziato circa dieci anni fa, giusto?

T. C.: Sì, con Kurt abbiamo iniziato a lavorare circa dieci anni fa, mentre con Alois all’incirca cinque anni fa.

M. P.: In Notes from the Underworld raccontate una Vienna underground, il mondo dello Stoss e dei Wiener Lieder (canzoni popolari viennesi, n. d. r.). Potrà mai sopravvivere in futuro questo mondo, anche se personaggi come Kurt Girk non sono più in vita?

T. C.: Questo mondo, con ogni personaggio che muore, sta svanendo. Anche solo semplicemente entrare in un locale e andare di tavolo in tavolo cantando canzoni popolari fa parte di una vecchia tradizione che per i giovani non ha più senso. I giovani, oggi, vanno principalmente ai concerti. Poi, dall’altro canto, non muore solo chi canta queste canzoni, ma muore anche il pubblico che conosce queste canzoni, che, una volta che i musicisti sono al suo tavolo, conosce i testi a memoria e canta insieme ai musicisti stessi. Senza dubbio si tratta di un mondo che sta svanendo e noi cineasti, visto che, comunque, lo amiamo molto, facciamo di tutto per averlo almeno su celluloide.

M. P.: Quali sono stati gli aspetti più difficili da affrontare a livello produttivo?

T. C.: Quando abbiamo iniziato il film non eravamo sicuri se Alois Schmutzer fosse stato disposto o meno a raccontarsi davanti alla macchina da presa, soprattutto dopo essere stato in carcere. E lui stesso aveva avuto fino a quel momento soltanto esperienze negative con i giornali, che, dal canto loro, affermavano il contrario di ciò che lui aveva sempre detto. Lo stesso discorso vale per quanto riguarda Kurt Girk. Nel corso della sua vita ha scritto delle autobiografie lunghissime, ma, per quanto riguarda la sua esperienza in carcere, le ha dedicato al massimo una riga. Lui non parlava volentieri di queste cose. Quindi quando abbiamo iniziato non sapevamo quanto sarebbero stati disposti ad aprirsi davanti alla macchina da presa, ma quando poi abbiamo finalmente iniziato, è andato tutto per il meglio.
Poi è accaduta, però, anche un’altra cosa: durante le riprese Kurt Girk si è ammalato gravemente e non abbiamo più potuto continuare con lui. Questa è stata un’ulteriore difficoltà che abbiamo dovuto affrontare.

Rainer Frimmel: Tra l’altro, Kurt e Alois sono due persone completamente differenti: Kurt è un uomo molto aperto, è stato facile riuscire a rintracciarlo e avere modo di parlargli, anche perché lui stesso, in seguito, aveva molta voglia di prendere parte al film. Alois, invece, è molto più riservato, anche per il fatto che la stampa lo ha trattato molto male in passato, già dagli anni Sessanta. In pratica, si era ritirato totalmente a vita privata e non è stato facile né rintracciarlo né farlo sentire a proprio agio e avere la sua fiducia. Gli abbiamo fatto capire che questo progetto ci stava molto a cuore.
Poi, ovviamente, la malattia di Kurt è stato un brutto imprevisto, abbiamo cercato di gestire al meglio i tempi per poter lavorare con lui il più possibile, ma, comunque, durante le riprese è stata la cosa più complicata da gestire.

M. P.: Come mai, in questo caso, avete optato per il bianco e nero?

T. C.: L’idea del bianco e nero ci è venuta perché i nostri personaggi raccontano del passato, di un passato difficile, brutale, in cui c’è stata la guerra e in cui c’era poca libertà. Noi, dal canto nostro, volevamo rendere al meglio l’idea di un tempo passato, senza ulteriori elementi che avrebbero sviato l’attenzione su altro. Allo stesso modo, abbiamo optato per un finale a colori, in quanto parliamo di libertà e parliamo del presente. E, soprattutto per quanto riguarda i molti anni in carcere che alcuni di loro hanno passato, l’uso del colore sta ulteriormente a sottolineare questa libertà ritrovata.

M. P.: Quante ore di girato avevate a disposizione al termine delle riprese?

T. C.: Visto che avevamo intervistato molti altri personaggi, tra cui due poliziotti, alcune guardie carcerarie e altre persone che venivano dalla malavita – e con ognuno di loro ci siamo incontrati più volte – in tutto avevamo all’incirca venticinque ore di girato. E per noi, che comunque giriamo in pellicola, vuol dire avere tanto materiale a disposizione.

R. F.: Comunque, in genere, quando abbiamo modo di parlare con un personaggio, solitamente gli dedichiamo un’ora, perché, in genere, dopo un’ora si stancano tutti e non si può più continuare, sopratutto se raccontano qualcosa che sta a loro molto a cuore, che li emoziona. Dopo un po’ si sentono sfiniti e bisogna darsi un altro appuntamento. Con Alois, ad esempio, abbiamo girato in sei o sette volte diverse, mentre, per quanto riguarda Kurt, abbiamo molto più materiale, al punto che avremmo potuto fare anche solo un film incentrato esclusivamente su di lui, ma tagliare fuori Alois sarebbe stato un peccato.

M. P.: Voi, comunque, girate sempre in pellicola.

T. C.: Sì. Per noi la pellicola sta a rappresentare un diverso modo di esprimersi. Innanzitutto, esteticamente parlando, otteniamo una qualità molto alta delle immagini, ma poi, avendo poco tempo a disposizione, ci concentriamo ancora di più, ancora meglio, nel momento in cui ci accingiamo a girare qualcosa.

R. F.: Poi, con la pellicola, non puoi vedere subito com’è venuta una ripresa, devi aspettare un po’ di tempo, e proprio questa attesa, questo dover aspettare per vedere i risultati, è per noi qualcosa di magico. Si tratta di un mezzo di comunicazione totalmente diverso rispetto al digitale. Allo stesso tempo, però, con il digitale si può realizzare un film con pochissimi soldi e in poco tempo. Volendo si può girare un film anche con un cellulare.

T. C.: Ma noi, comunque, non lavoriamo mai velocemente né “di nascosto”. Nel senso che non dobbiamo mai catturare determinate situazioni senza che nessuno se ne accorga. Vogliamo dare anche ai nostri protagonisti l’impressione che il nostro lavoro è pensato per diventare qualcosa di più grande in un futuro più o meno prossimo. Pensato per restare nel tempo.

M. P.: Quali sono i ricordi più belli che avete dal set?

T. C.: Durante le riprese ci è capitato di incontrare dieci o quindici personaggi in più, rispetto a quello che si vede nel film. Abbiamo avuto modo di ascoltare storie talmente incredibili, che non si possono nemmeno immaginare. Però, in fase di montaggio, ci siamo resi conto che se avessimo dedicato troppo tempo a queste storie, avremmo perso di vista il focus del discorso, ossia questa bellissima amicizia tra Kurt e Alois. In fin dei conti abbiamo dovuto decidere se fare un film di cinque ore sul passato di Vienna o se concentrarci esclusivamente sull’amicizia tra Kurt e Alois stessi. La cosa bizzarra è che, nel loro caso, anche i poliziotti parlano bene di loro, che, seppur considerati delinquenti, continuano a mantenere un loro onore e una loro dignità. Noi, dal canto nostro, abbiamo avuto modo di accorgerci del loro onore e della loro lealtà nel momento in cui, quando gli davamo appuntamento per un determinato giorno in un determinato locale, loro si facevano trovare lì puntuali, pur non avendo un telefono o qualche altro modo per comunicare. Non abbiamo mai avuto dei protagonisti così precisi.

R. F.: Ascoltare tanti punti di vista è stata, comunque, la cosa più bella che abbiamo vissuto. Abbiamo avuto modo di venire a conoscenza di tante verità. E inizialmente il progetto è nato proprio con l’intento di raccontare tante verità. Ad ogni modo è sempre bellissimo quando, nel momento in cui giriamo, a un certo punto è come se la macchina da presa non ci fosse più, è come se non stessimo più girando un film, ma i personaggi si aprono totalmente, come se fossimo quasi dei loro confidenti. Si crea un’intimità molto profonda.

M. P.: Voi raccontate spesso di mondi che rischiano di svanire per sempre, come possono essere, ad esempio, la Vienna underground di Notes from the Underworld o il circo in Mister Universo e La Pivellina. Questa particolare attenzione al passato e a queste realtà che rischiano nell’immediato di non esistere più può essere considerata una costante all’interno della vostra filmografia?

T. C.: Sì, assolutamente. Poi possiamo anche dire che ogni personaggio trattato porta con sé un importante bagaglio culturale che rischia di sparire. Quasi tutti, comunque, fanno parte di minoranze, a volte vengono trattati quasi come degli emarginati, nessuno conosce realmente il loro mondo. Proprio per questo ci piace “guardare dietro le quinte”. Ad esempio, in molti sono stati al circo, ma nessuno, in realtà, conosce la vita del circo. Ognuno pensa che i personaggi che hanno vissuto nella Vienna underground siano tutti dei delinquenti, ma, in realtà, non è affatto così. Questo è quello che ci interessa di più e noi stessi, imparando ad andare a fondo alle cose e conoscendo nuove realtà, abbiamo modo di crescere anche come esseri umani, diventando persone migliori.

M. P.: Voi collaborate da molti anni e avete anche fondato la Vento Film. Come è nata la vostra collaborazione e cosa vi ha spinto a voler fondare una vostra casa di produzione?

T. C.: Abbiamo studiato fotografia insieme e abbiamo iniziato a lavorare insieme ad alcuni progetti fotografici. Così ci siamo resi conto che la nostra collaborazione funzionava molto bene. Noi, comunque, non essendo un’industria, ma essendo solo in due a fare i film, vediamo sempre i nostri lavori come delle piccole opere d’arte. Ci occupiamo di tutto: dalla produzione, alla regia, alle riprese, al montaggio e via discorrendo. Ci occupiamo praticamente di ogni aspetto. Ci sentiamo fuori dalla vera e propria industria cinematografica. E l’idea di fondare una nostra casa di produzione ci è venuta perché volevamo essere il più possibile indipendenti. Non vogliamo a tutti i costi fare film destinati a incassare molti soldi. Ciò che maggiormente ci interessa all’interno dei nostri progetti sono soprattutto i personaggi. Abbiamo una lista lunghissima di personaggi con cui vogliamo lavorare. E su ogni storia che vogliamo raccontare dobbiamo ogni volta inventarci un nuovo metodo di approccio a seconda del personaggio. Per questo motivo avere una nostra casa di produzione ci rende più liberi e indipendenti. Poi, tra l’altro, avendo dei budget bassissimi in fase di produzione, non riusciamo a vivere di questi soldi che ci entrano nel momento in cui giriamo un film, quindi avere una nostra casa di produzione ci permette di guadagnare tramite i diritti sui nostri lavori stessi.

M. P.: Ci sono stati autori e registi in particolare che vi sono stati di ispirazione nel momento in cui avete iniziato a fare il vostro lavoro?

T. C.: Sicuramente siamo stati molto influenzati dal Neorealismo. Ad esempio, anche in Sciuscià ci si muove per la città di Napoli andando nelle taverne in cui la gente si è nascosta, si è girato in luoghi reali. Questo ci ha impressionato molto. Ad ogni modo, nel rappresentare un personaggio preferiamo avere a che fare con gente vera e non con qualcuno che per mesi ha studiato un determinato ruolo. Per quanto riguarda altri modelli, di certo abbiamo preso in considerazione il film Stroszek di Werner Herzog, dove Herzog stesso ha lavorato con personaggi reali, oppure anche Il Buco di Jacques Becker, in cui il regista ha lavorato con tre veri carcerati.

Rainer Frimmel: Anche il cinema sperimentale ci interessa molto. Anche, ad esempio, i film di Andy Warhol hanno da sempre catturato la nostra attenzione, soprattutto quando prendono in esame determinati personaggi.

M. P.: Al momento state lavorando a qualche nuovo progetto?

T. C.: Stiamo lavorando a due progetti. Avremmo dovuto girare un film di finzione a Roma nel marzo 2020. Avremmo dovuto lavorare con Vera Gemma, la figlia di Giuliano Gemma, una persona tutta da scoprire, che è totalmente diversa dall’immagine che dà di sé stessa. Anche in questo caso, dunque, ci mettiamo a “guardare dietro le quinte”. Siccome, però, al momento non possiamo fare questo film, abbiamo iniziato un altro progetto qui a Vienna su un grande musicista blues di circa settant’anni. Vogliamo concentrarci sulla sua storia, che ha degli aspetti molto interessanti. Ad esempio, lui non ha mai voluto adattarsi a ciò che il pubblico chiedeva, ma è sempre andando avanti per la sua strada, pur producendo musica quasi anacronistica per tutta la sua vita. E questa è una cosa che ci piace tantissimo. Ora, comunque, vedremo, anche in base a come evolverà questa pandemia, su quale lavoro potremo concentrarci prima.

Info: il sito ufficiale della Vento Film; il sito ufficiale della Viennale; la scheda di Notes from the Underworld su iMDb