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ZAHO ZAY

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di Georg Tiller e Maéva Ranaïvojaona

voto: 8

Zaho Zay colpisce immediatamente per il suo approccio fortemente contemplativo. Un approccio che fa di lunghi silenzi e di immagini in cui sono i luoghi stessi, insieme a oggetti, a essere trattati alla stregua di veri e propri personaggi, il proprio punto di forza. Un approccio privo di ogni qualsivoglia commento musicale, fatta eccezione per alcuni canti rigorosamente diegetici.

Il dado è tratto

Cinema e realtà. Il cinema è realtà. E spesso è molto difficile stabilire dove si situi, precisamente, il confine tra finzione e realtà. Lo sanno bene i due registi Georg Tiller e Maéva Ranaïvojaona, i quali, con il loro Zaho Zay – presentato in anteprima austriaca in occasione della Viennale 2020 – hanno dato vita a un prodotto ibrido, a metà strada tra documentario e film di finzione, in cui la voce della protagonista è anche la voce di molte altre donne che vivono ogni giorno la sua stessa situazione.

Immagini di un posto tranquillo in Madagascar. La casa della protagonista è immersa nel verde. La ragazza, seduta sull’uscio di casa, contempla pensierosa l’orizzonte. La sua voce – rigorosamente in voice over – inizia ad accompagnarci durante il suo viaggio. Che fine avrà mai fatto suo padre? Quanto dovrà aspettare ancora prima di poterlo riabbracciare? La donna lavora come guardia carceraria. Tra i numerosi volti dei prigionieri potrebbe esserci proprio quello di suo padre, che lei crede sempre latitante per il mondo a compiere efferati omicidi, affidandosi ai dadi per scegliere, di volta in volta le sue vittime. Ma come staranno davvero le cose? La ragazza, di fatto, ricorda appena suo padre. E l’immagine di lui seduto a un tavolino, intento a lanciare i suoi dadi, la accompagnerà per tutta la vita.

Zaho Zay colpisce immediatamente per il suo approccio fortemente contemplativo. Un approccio che fa di lunghi silenzi e di immagini in cui sono i luoghi stessi, insieme a oggetti, a essere trattati alla stregua di veri e propri personaggi, il proprio punto di forza. Un approccio privo di ogni qualsivoglia commento musicale, fatta eccezione per alcuni canti rigorosamente diegetici. L’immagine del padre della protagonista vaga raminga per le strade di città lontane, per camere d’albergo, per il deserto. E, al contempo, in carcere, numerosi volti di prigionieri – impersonati, appunto, proprio da reali carcerati – si confondono l’uno con l’altro, rassegnati nella loro quotidianità.

Un lavoro, il presente, che attinge a piene mani da numerosi generi cinematografici – tra cui, su tutti, il giallo e il western – e che, malgrado l’approccio iper realista – ma esteticamente curato sin nel minimo dettaglio – vede al proprio interno anche importanti elementi onirici pregni di forte simbolismo (vedi, su tutti, la figura di un bambino che incontra il padre della ragazza durante il suo peregrinare) e con chiari riferimenti alle tradizioni e alle credenze del Madagascar, di cui la stessa regista Maéva Ranaïvojaona è originaria.

Il tempo scorre lento. Molto lento. Poi, all’improvviso, accade qualcosa fuori campo. E il fatto di non poter vedere cosa sia successo ci fa trasalire, se vogliamo, ancora di più (Fritz Lang e Michael Haneke ci hanno visto giusto). Proprio come la successiva immagine di un rasoio imbrattato di sangue, posto sul lavandino di una stanza d’albergo vicino ai fatidici tre dadi.

Ed ecco che, pian piano, il discorso si sposta non più – o, comunque, non soltanto – sulla protagonista e sul suo desiderio di ritrovare suo padre. A un certo punto, il discorso si fa più ampio, rivelando un forte simbolismo della storia della ragazza stessa e un conseguente parallelismo con la politica del Madagascar. Il padre della ragazza, con la sua assenza, ne determina in modo quasi crudele i singoli giorni. Lo Stato, dal canto suo, sembra fare lo stesso con i suoi cittadini.

Una critica, la presente, che non abbandona mai, dall’altro canto, un forte, fortissimo lirismo, altro valore aggiunto del presente Zaho Zay. Ed è proprio questo suo aspetto ibrido, questo suo potente realismo che ben si amalgama all’onirico, questa sua estetica marcata a rendere questo lavoro di Georg Tiller e Maéva Ranaïvojaona una vera e propria perla della cinematografia austriaca contemporanea. Un prodotto unico nel suo genere, come non se ne vedono molti in giro.

Titolo originale: Zaho Zay
Regia: Georg Tiller, Maéva Ranaïvojaona
Paese/anno: Austria, Francia, Madagascar / 2020
Durata: 78’
Genere: drammatico
Cast: Nabiha Akkari, Eugène Raphael Ranaïvojaona, Michelle Eva Ranaïvojaona
Sceneggiatura: Georg Tiller, Maéva Ranaïvojaona
Fotografia: Georg Tiller
Produzione: Subobscura Films, Tomsa Films, Katrafay Film

Info: la scheda di Zaho Zay sul sito della Viennale; la scheda di Zaho Zay sul sito della Austrian Film Commission; la scheda di Zaho Zay su iMDb