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GOOD NEWS

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di Ulrich Seidl

voto: 8.5

Good News – brillante esordio di Ulrich Seidl dopo una serie di cortometraggi e mediometraggi – segue passo passo la quotidianità di tutti quei lavoratori, provenienti principalmente dal Bangladesh, che vengono assunti dalle maggiori testate nazionali, al fine di vendere i loro quotidiani per le strade della città e all’interno delle stazioni della metropolitana. Un sistema, il presente, che vede una gerarchia di classe più che mai marcata, dove l’esasperata staticità delle vite degli altoborghesi si contrappone fortemente all’instabilità, alla mancanza di certezze e di sicurezza delle vite degli immigrati.

Edizione straordinaria!

“Good news”. Buone notizie. Questo è quello che ognuno di noi spera di sentire o di leggere ogni giorno. Ma se collochiamo tale espressione all’interno di un film di Ulrich Seidl, ecco che la stessa inizia immediatamente ad assumere connotazioni del tutto diverse. Con tanto di risvolti inquietanti.

Good News (per esteso: Good News – Von Kolporteuren, toten Hunden und anderen Wienern), dunque, è il titolo di un documentario girato da Seidl nel (non troppo) lontano 1990. Un documentario non ancora prodotto dalla Ulrich Seidl Filmproduktion. Un documentario che ha sancito ufficialmente l’ingresso di Seidl nel mondo del lungometraggio e che ha visto, tra gli altri, anche la collaborazione come aiuto regia del compianto Michael Glawogger. Un documentario che prende di mira i maggiori quotidiani austriaci – il Kleine Zeitung e il Kurier – creando un variopinto affresco all’interno del quale vediamo – perfettamente incastonati in una capitale europea moderna e cosmopolita come Vienna – gli schiavi e i padroni dei giorni nostri.

Già, perché, di fatto, il presente Good News segue passo passo la quotidianità di tutti quei lavoratori, provenienti principalmente dal Bangladesh, che vengono assunti dalle maggiori testate nazionali, al fine di vendere i loro quotidiani per le strade della città e all’interno delle stazioni della metropolitana. Un sistema, il presente, che vede una gerarchia di classe più che mai marcata, dove l’esasperata staticità delle vite degli altoborghesi (qui perfettamente rappresentata con figure immobili davanti alla telecamera e inquadrature perfettamente simmetriche che rispecchiano appieno i canoni dell’estetica di Seidl) si contrappone fortemente all’instabilità, alla mancanza di certezze e di sicurezza delle vite degli immigrati.

La macchina da presa entra, silenziosa, all’interno di un cortile e, piano piano, inizia a farsi strada dentro gli edifici. Tutto è silenzioso, la città sembra addormentata. Eppure, man mano che ci si sposta all’interno di appartamenti apparentemente vuoti, ecco che iniziamo a sentire ora musiche, ora canti, ora semplici preghiere. E, di punto in bianco, ci troviamo a una festa di nozze, in un luogo di culto, all’interno di un’abitazione. Il mondo di chi vive ai margini della società viene relegato negli anfratti della città nascosti a chi non vuol vedere. E tra trafile burocratiche, estenuanti corsi di formazione, dove, a quanto pare, sorridere sempre e comunque è la chiave giusta per guadagnare di più, e mortificanti ramanzine sul posto di lavoro da parte di sorveglianti notturni, ecco che i numerosi lavoratori vengono trattati quasi alla stregua di veri e propri cani randagi: di quando in quando ci si ferma a scambiare due parole con loro, magari ogni tanto si acquista anche un giornale, ma, nel momento in cui iniziano a sorgere i problemi, ecco che si è immediatamente pronti a sbarazzarsi di loro. Proprio come si farebbe con un vecchio cane morente in attesa soltanto della sua ultima iniezione (e qui arriva, forte come un pugno sullo stomaco, la scena clou del presente Good News).

Ulrich Seidl, dal canto suo – e come di consueto – non ci risparmia proprio nulla. Nemmeno la morte, andando fieramente contro le teorie dello stesso André Bazin. Ma se, da un lato, in molti si sono sentiti, si sentono e si sentiranno fortemente turbati da determinate soluzioni, ecco che il cineasta di Vienna – spesso accusato di gratuito sadismo e autocompiacimento – si è sempre dimostrato del tutto coerente con le proprie scelte. Ed ecco che anche quello che non avremmo mai voluto vedere assume un senso compiuto e – proprio come inizialmente auspicato dallo stesso regista – ci arriva forte e chiaro.

Ma se, durante la suddetta scena all’interno di uno squallido ambulatorio veterinario, ci sentiamo naturalmente scossi, ecco che, di punto in bianco, risate a denti stretti prendono il posto di ogni pregresso turbamento, nel momento in cui vediamo raffigurate in modo talmente reale da apparirci surreale e meravigliosamente grottesco diverse famiglie dell’alta borghesia, con tutte le loro sterili abitudini, atte a elencare davanti alla telecamera – a mo’ di lista della spesa e con uno sguardo che altro non denota che un enorme vuoto interiore – i loro rituali quotidiani.

Sono loro i personaggi principalmente presi di mira da Ulrich Seidl. Sono loro i membri della società contemporanea, che, in tutta la sua ipocrisia e il suo falso perbenismo, ha permesso che un così marcato dislivello tra le classi fosse possibile. Sono loro i protagonisti di lavori come Safari (2016), In the Basement (2014), così come dei lungometraggi a soggetto della trilogia Paradise (2012 – 2013) o dell’ormai celeberrimo Canicola (2001). Sono loro che, in questo controverso Good News saltano fuori con tutto il loro (pericoloso) potenziale. Ed è proprio in questa particolare occasione – ossia quando Ulrich Seidl per la prima volta si è rapportato a un lavoro di una durata standard – che questo carosello di tipi umani è stato scandagliato minuziosamente in ogni suo aspetto. All’epoca Seidl aveva all’attivo solo qualche cortometraggio e qualche mediometraggio. Con Good News ha iniziato una nuova fase di una carriera che lo avrebbe portato molto e molto lontano. E ancora al di fuori dei confini nazionali ci si doveva accorgere di lui.

Titolo originale: Good News – Von Kolporteuren, toten Hunden und anderen Wienern
Regia: Ulrich Seidl
Paese/anno: Austria / 1990
Durata: 130’
Genere: documentario
Sceneggiatura: Ulrich Seidl
Fotografia: Hans Selikovsky
Produzione: Filmproduktion Mag. Hans Selikovsky

Info: la scheda di Good News su iMDb; la scheda di Good News sul sito di Ulrich Seidl