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FRED ZINNEMANN – YOU FIRST

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Anche se parte della critica dell’epoca sembrò non rendersi conto subito del suo talento, il tempo fu finalmente generoso con Fred Zinnemann e ben presto il mondo intero si accorse non soltanto del suo indubbio valore, ma anche della sua inconfondibile, marcata autorialità, perfettamente in grado di rapportarsi a qualsiasi genere cinematografico.

Tra realismo e lirismo

Possiamo affermare, oggi come oggi, che il mondo del cinema abbia saputo realmente riconoscere il talento di un cineasta come Fred Zinnemann? Sì e no. Perché, di fatto, se, al giorno d’oggi, il celebre regista austriaco naturalizzato statunitense è considerato uno dei grandi maestri della Hollywood degli anni d’oro, è anche vero che questi, a suo tempo, è stato considerato da tutti perlopiù un abile mestierante.

Eppure, guardando indietro nel tempo, non possiamo non notare come Fred Zinnemann stesso – pur attenendosi ai canoni delle produzioni dell’epoca – abbia a suo modo apportato numerose innovazioni nel modo di intendere la settima arte. Ma andiamo per gradi.

Nato nella piccola cittadina di Rzeszow (un tempo facente parte dell’Impero austro-ungarico, ma ora appartenente alla Polonia) il 29 aprile del 1907, Alfred Zinnemann – figlio di Anna Feiwel e di Oskar Zinnemann, stimato medico – discendeva da una famiglia di origini ebraiche e ben presto si trasferì a Vienna, al fine di coltivare il suo talento per la musica (all’epoca voleva diventare violinista) e di compiere gli studi in giurisprudenza.

Proprio durante il periodo di studi, tuttavia, stava per insinuarsi nella sua vita una passione ben più grande: quella per il mondo del cinema. E non passò molto tempo dalla sua laurea, infatti, che il giovane Fred iniziò a cimentarsi in prima persona con la realizzazione di brevi cortometraggi e documentari, trasferendosi dapprima a Parigi (dove ebbe modo di studiare produzione cinematografica), fino ad arrivare a collaborare – una volta trasferitosi in Germania – con cineasti del calibro di Billy Wilder (suo connazionale) e Robert Siodmak – all’epoca entrambi esordienti – nella realizzazione dell’ottimo Menschen am Sonntag (1929).

Dagli inizi degli anni Trenta, tuttavia, come ben sappiamo, la musica cambiò. E per Fred Zinnemann – così come per molti altri cineasti provenienti dall’Austria e dalla Germania – non fu affatto facile – se non addirittura impossibile – riuscire a fare cinema senza sottostare ai dettami della dittatura nazista. Per Zinnemann, nello specifico, le cose furono ancora più complicate, date le sue origini ebraiche (basti pensare che i suoi genitori morirono in un campo di concentramento). E così il regista partì finalmente alla volta di Hollywood. Qui avrebbe avuto una maggiore libertà creativa. Qui, finalmente, avrebbe raggiunto la notorietà internazionale.

Non passarono molti anni, infatti, prima che vide la luce Redes – I Ribelli di Alvarado (realizzato nel 1935 insieme a Emilio Gomes Muriel e Paul Strand), documentario indipendente di forte impronta poetica e realista, all’interno del quale già si potevano leggere quelle che sarebbero diventate le costanti della sua cinematografia. Stesso discorso vale per il documentario Benjy (1951), che venne premiato, nel 1952, con l’Oscar al Miglior Cortometraggio Documentario.

Ormai, per Zinnemann, la strada sembrava ormai spianata. E ben presto iniziò a collaborare con le major hollywoodiane (prima fra tutte: la Metro Goldwin Mayer) dedicandosi principalmente al cinema di genere (dal western al musical, fino a trattare anche il melodramma e il genere poliziesco). Del 1952, infatti, è quella che è considerata una delle sue opere più importanti: Mezzogiorno di Fuoco, con Gary Cooper e Grace Kelly nel ruolo dei protagonisti. Considerato ancora oggi uno dei massimi capolavori di Zinnemann, Mezzogiorno di fuoco anticipa di appena un anno quel lungometraggio che avrebbe vinto ben otto Premi Oscar (tra cui Miglior Film e Miglior Regia): Da qui all’Eternità.

Fred Zinnemann, dunque, faceva ormai parte dell’Olimpo dei grandi. Eppure c’era chi continuava ancora e nonostante tutto a considerarlo alla stregua di un abile mestierante. E tali etichettature furono opera soprattutto della critica cinematografica dell’epoca – e, nello specifico, dei critici della rivista Film Culture – che lo additò come “uno dei tanti registi hollywoodiani falsamente impegnati sul fronte della verità e della realtà”.

E del realismo, di fatto, Zinnemann fece immediatamente il suo marchio di fabbrica. Fin dai suoi primi documentari – ma anche in lungometraggi del calibro di Mezzogiorno di Fuoco, Da qui all’Eternità, Un Cappello pieno di Pioggia (1957), Un Uomo per tutte le Stagioni (1966) o Giulia (1977, ispirato alle memorie di Lillian Hellman) – il tempo della storia coincideva spesso con il tempo filmico stesso, così come venivano predilette location autentiche al posto di sterili studi cinematografici. E se, nel corso della sua lunga e prolifica carriera, Zinnemann ebbe modo di lavorare con interpreti del calibro di Gary Cooper, Grace Kelly, Spencer Tracy, Audrey Hepburn, Montgomery Clift, Burt Lancaster e il suo connazionale Maximilian Schell, proprio al fine di rendere ancor meglio il senso di realismo, venivano spesso scelti anche dei civili a recitare al fianco delle più importanti star hollywoodiane.

Ma perché, dunque, la critica del tempo doveva prendersela proprio con lui? Per quale motivo queste messe in scena pressoché perfette e innovative dovevano essere tanto osteggiate? La risposta, probabilmente, sta nel fatto che nella maggior parte dei suoi film i protagonisti – solitamente onesti e coerenti – sono alle prese con enormi dilemmi morali e, spesso e volentieri, si trovano completamente da soli a fronteggiare determinate situazioni. Il personaggio dello sceriffo Kane – protagonista di Mezzogiorno di Fuoco – ne è uno degli esempi più lampanti. Eppure, molto probabilmente, fu proprio questo a spingere determinati critici a prendere posizioni estreme – e decisamente ingiuste – nei confronti di Zinnemann stesso.

Anche se, tuttavia, dopo i primi successi degli anni Cinquanta, furono in pochi i lungometraggi a ottenere risultati altrettanto soddisfacenti, il tempo fu finalmente generoso con il regista e ben presto il mondo intero si accorse non soltanto del suo indubbio valore, ma anche della sua inconfondibile, marcata autorialità, perfettamente in grado di rapportarsi a qualsiasi genere cinematografico.

Particolarmente degno di nota, a tal proposito, è un bizzarro episodio avvenuto negli anni Ottanta, quando un giovane dirigente cinematografico appena assunto chiese a Zinnemann – già vincitore di numerosi premi internazionali – di elencargli alcune delle sue opere maggiormente rilevanti. Memorabile, dunque, la risposta del regista: “You first” (“prima tu”), passata alla storia e ancora oggi scherzosamente usata quando i veterani scoprono che i nuovi assunti non hanno familiarità con il loro nuovo lavoro. E pensare che fu proprio il regista a rinnegare, negli anni a venire, la suddetta risposta, affermando che tale siparietto sembrava addirittura essere stato scritto da Billy Wilder.

Una carriera particolarmente prolifica, quella di Zinnemann. Una carriera terminata nel 1982 con Cinque Giorni una Estate, ben quindici anni prima della sua morte – avvenuta a Londra, alle soglie dei novant’anni, per un arresto cardiaco. Il 14 marzo 1997, dunque, Fred Zinnemann non c’era più. Eppure i suoi film lo avevano ormai reso immortale.

Un nome, il suo, che al giorno d’oggi viene annoverato tra i grandi maestri della Hollywood degli anni d’oro. Un talento riconosciuto soltanto a posteriori, ma che è stato in grado di regalarci dei veri e propri capolavori, ancora, a distanza di anni, più che mai giovani e attuali. Un cineasta austriaco che per cause di forza maggiore ha dovuto abbandonare la sua patria, ma che, allo stesso tempo, le ha saputo rendere onore divenendo insieme a nomi del calibro di Billy Wilder e Otto Preminger motivo di orgoglio per tutti i suoi connazionali.

Info: la scheda di Fred Zinnemann su iMDb