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INTERVISTA A MARIA ARLAMOVSKY

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In occasione della rassegna Sotto le stelle dell’Austria 2020, la regista e sceneggiatrice Maria Arlamovsky presenterà il suo documentario Robolove, che ha già riscosso un’ottima accoglienza da parte di pubblico e critica alla Viennale 2019. Cinema Austriaco ha avuto l’onore di fare quattro chiacchiere con lei e di farsi raccontare qualcosa circa questo suo interessante lavoro, circa la sua carriera e, più in generale, circa un possibile futuro prossimo. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Nel suo documentario Robolove viene descritto un possibile futuro, in cui i robot potrebbero vivere e lavorare quasi alla pari di ogni altro essere umano. Come è nata l’idea di raccontare una storia così controversa e affascinante?

Maria Arlamovsky: Nei miei film mi rapporto spesso ai corpi femminili e su tutto ciò che ha effetto su questi corpi. Nel mio penultimo film, Future Baby, si parlava di nuovi mezzi di riproduzione e fecondazione artificiale. E anche in quest’ottica tutto può essere considerato quasi futuristico, se si considerano tutte le nuove opzioni disponibili. Ciò, però, comporta anche un certo stress che noi, come donne, dobbiamo sopportare. Io, dal canto mio, mi sono rapportata sia alla dimensione umana che a questi nuovi progressi scientifici che stanno quasi a sancire una sorta di “upgrade” dell’uomo stesso. E così ho cercato di considerare le due situazioni nel loro insieme, quasi come le stesse avessero dato vita a una nuova fase dell’esistenza umana stessa. In Robolove, al contempo, ho trovato particolarmente interessante come si possano ricostruire gli stessi corpi femminili e quanto si possa andare “oltre”, nel momento in cui questi robot possono, in qualche modo, “sostituire” gli esseri umani e funzionare in qualità di corpi “tecnologici”. In pratica ho trovato da subito un tema del genere estremamente interessante.

M. P.: Il futuro che viene descritto in Robolove potrebbe spiazzare numerose persone e dare adito a molti dibattiti. Secondo lei l’essere umano è pronto ad accettare una possibile realtà come quella da lei immaginata nel suo documentario?

M. A.: Durante la pandemia del Coronavirus ho riflettuto su molte cose e ho trovato, comunque, che questo potesse essere un momento di riflessione per tutti. Per quanto riguarda i robot, mi sono chiesta in che modo gli stessi sarebbero in grado, oggi, di aiutarci ad affrontare una pandemia. Ma, al contempo, c’è anche da vedere in che modo l’inserimento dei robot sarebbe possibile nella nostra società. In Giappone, per esempio, la costruzione e la potenziale diffusione di questi robot umanizzati viene promossa anche dal governo, sia perché non ci sono, in generale, molti immigrati, sia anche perché ci sono sempre meno giovani in grado di occuparsi degli anziani. E così si è pensato che sarebbe conveniente investire in alcuni robot umanizzati che possano occuparsi degli anziani più bisognosi di cure. In Europa la situazione è un po’ diversa. In Europa si discute circa l’inserimento di questi robot quasi esclusivamente in qualità di forza di lavoro all’interno di fabbriche, dove gli operai sono sempre meno e dove i robot possono lavorare molto più velocemente degli esseri umani stessi, o, comunque, in condizioni di maggior sicurezza, dal momento che a loro non possono capitare incidenti così gravi come, invece, potrebbe accadere a un essere umano. In pratica si tratta sempre di trovare un senso e un obiettivo concreto all’inserimento di questi robot, soprattutto dal momento che sono molto costosi. Bisogna individuare un settore dove sarebbero realmente indispensabili. Ad esempio, in molti, oggi come oggi, pensano a questi robot quasi a come dei possibili sex toys, o, addirittura, a delle possibili mogli surrogate. Ma l’importante è poter individuare un settore dove questi robot potrebbero essere realmente utili. E poi c’è da aggiungere anche questo: tutti noi siamo cresciuti con film come Blade Runner o, comunque, con l’idea di un futuro distopico in cui questi robot possono convivere tranquillamente insieme a noi. Quindi l’idea concreta che un giorno i robot potrebbero entrare a far parte della società fa meno paura. Bisogna solo vedere, appunto, in che modo potrebbero esserci davvero utili e analizzare tutti i pro e i contro.

M. P.: La storia raccontata in Robolove prende il via dal Giappone e la stessa messa in scena a tratti sembra ricordarci l’approccio registico tipico della cinematografia orientale. In che modo questa cinematografia la ha influenzata?

M. A.: Credo che, in generale, io possa essere stata un po’ influenzata dal cinema di Nikolaus Geyrhalter. E comunque credo che questa particolare messa in scena spesso estremamente essenziale si sia diffusa largamente, negli ultimi anni, nell’ambito del cinema documentario austriaco. E questo è stato molto importante anche per me, nel momento in cui mi sono ritrovata a girare dei film. Mi ritrovo a guardare spesso ciò che è stato fatto in passato e a seconda di ciò che accade davanti alla macchina da presa valuto tutte le possibilità che mi si presentano. E poi per me è particolarmente importante che i miei documentari possano fornire allo spettatore parecchi spunti di riflessione. Non mi piace l’idea che in un documentario venga mostrato un punto di vista ben preciso e piuttosto rigido. Preferisco che i miei documentari abbiano diverse possibilità di lettura. In pratica nei miei documentari il mio punto di vista non viene messo in primo piano, ma piuttosto “sullo sfondo”.

M. P.: Quali sono state le principali difficoltà incontrate durante la realizzazione di Robolove?

M. A.: Diciamo che la principale difficoltà consisteva nel fatto che molti scienziati che stanno lavorando a questi robot pensavano che un lavoro del genere potesse in qualche modo danneggiarli finanziariamente. E poi, nel momento in cui ci si accingeva a girare, spesso si necessitava di molto tempo per catturare immagini realmente belle o d’impatto. E spesso si avevano parecchie ore di girato, ma pochi filmati realmente utilizzabili, anche perché erano davvero pochi i robot pronti o quasi pronti per una possibile commercializzazione. La maggior parte di loro era ancora in fase di costruzione. In pratica, ancora quasi nessun robot era già acquistabile, perché bisognava prima risolvere alcune questioni piuttosto complesse.

M. P.: Se l’essere umano è riuscito a raggiungere numerosi traguardi in ambito medico e scientifico, dovrebbe anche pensare a metodi altrettanto potenti per salvaguardare l’ambiente in cui viviamo. Come vede, da qui a vent’anni, il futuro del nostro pianeta?

M. A.: Dunque, dopo essermi rapportata a tutte queste visioni di un possibile futuro, penso che il mondo potrebbe essere diviso quasi in due parti. Una parte sarà portata a credere che la tecnologia potrebbe risolvere qualsiasi problema, ma, allo stesso tempo, c’è chi potrebbe pensare che la tecnologia stessa potrebbe, al contempo, distruggere tutto, dal momento che ci si concentrerà principalmente su piccole, estemporanee situazioni, senza prendere in considerazione la realtà nel suo insieme. Solo i problemi tecnologici potranno, in pratica, essere risolti tramite l’aiuto delle tecnologie. E poi ripenso anche ad alcuni giovani che abbiamo incontrato durante le riprese di Robolove. Una parte di loro tende a evitare quasi totalmente le tecnologie, dal momento che le tecnologie stesse tendono a diventare sempre più complesse e si fa sempre più fatica a comprenderle. Allo stesso modo credo che, dal momento che la tecnologia sta prendendo sempre più piede nelle nostre vite, se prima, a scuola, per poter “capire il mondo” bisognava studiare il latino, oggi serve piuttosto l’informatica a comprendere al meglio il mondo in cui viviamo. Penso comunque che i nostri figli e i nostri nipoti debbano essere messi nelle condizioni di comprendere la tecnologia, senza, tuttavia, diventarne schiavi.

M. P.: Parliamo ancora della sua carriera. C’è per caso qualche film in particolare o qualche situazione in particolare, in seguito alla quale ha deciso di voler diventare regista?

M. A.: Mi sono sempre interessata al mondo dell’arte e al mondo del cinema e a scuola avevo una professoressa che, già negli anni Ottanta, durante le lezioni di storia dell’arte ci parlava di cinema. E questa era, per l’epoca, praticamente un’eccezione, dal momento che il cinema, a quel tempo, era considerato una realtà che faceva parte di una cultura pop, ben lungi da essere pensato come qualcosa che poteva essere insegnato a scuola. La nostra professoressa, tuttavia, ci ha fatto avvicinare al cinema. Ad esempio, mi ricordo che quando da bambina ho visto per la prima volta i film di Eisenstein, ne sono rimasta spiazzata. In pratica ho da subito capito che ci sono film di puro intrattenimento e film molto più complessi che si sviluppano su vari livelli. Ad ogni modo, quando ho iniziato a fare film, per me era da subito importante che attraverso i miei film si intuisse uno sguardo femminile. Mi ricordo, per esempio, che, quando ero a scuola, avevo studiato la storia del cinema, ma, al suo interno, erano poche le registe donne che venivano menzionate. E ciò era abbastanza frustrante. Ma allo stesso tempo ero stata affascinata, tra l’altro, dai film di una regista come Maya Deren. In generale nei film diretti da donne si intuisce subito uno sguardo e un punto di vista diverso. E ciò mi è stato da sempre di grande ispirazione. Mi sono sempre anche posta la domanda di come avrebbero messo in scena una determinata situazione le mie “antenate” registe. (ride n. d. r.). Ad ogni modo penso che nell’arte un punto di vista femminile faccia comunque la differenza. Persino quando, ad esempio, è una donna a scrivere un romanzo piuttosto che un uomo.

M. P.: Tornando ancora a parlare del futuro, in che modo potrebbe, un domani, cambiare il modo di realizzare o anche solo di vedere film?

M. A.: Questa è una domanda che mi sono posta anche durante il lockdown. Ho visto immediatamente che, non potendo andare al cinema, vi sono comunque numerose possibilità di vedere film online. E grazie al cielo le tecnologie si sono evolute. Si tratta sempre della stessa situazione: finché non abbiamo bisogno delle tecnologie, riusciamo a tenerci lontano da loro, ma quando, invece, rappresentano l’unica soluzione possibile, allora ringraziamo il cielo che esistono. Penso che, invece di criticare tutti i robot, le tecnologie avanzate o le cosiddette intelligenze artificiali, dovremmo riflettere, al contempo, di quanto tutti noi, oggi, siamo dipendenti dai cellulari o dai nostri computer. Bisognerebbe riflettere su quanto le tecnologie, oggi, facciano parte concretamente del nostro quotidiano.

M. P.: Ripensando al periodo di lockdown, credo che comunque nei prossimi mesi usciranno molti film che racconteranno questo particolare momento storico.

M. A.: Sì, certo. Ad esempio anche mio marito Nikolaus Geyrhalter ha iniziato a girare un film del genere a Vienna. Ma comunque, in generale, per quanto riguarda il futuro del cinema in sé, credo che si sarà portati sempre più spesso alla realizzazione delle cosiddette virtual realities. Credo che questa potrebbe essere un’ulteriore, possibile forma di evoluzione del cinema. Anche se, oggi come oggi, ancora non abbiamo tutte le tecnologie adatte, credo che la possibilità di potersi muovere all’interno dello spazio filmico potrebbe essere qualcosa di straordinario, specialmente per i giovani.

M. P.: Un’ultima domanda: al momento sta lavorando a nuovi progetti?

M. A.: Sì, sto lavorando a un progetto che si chiama Fuckability. Si tratta di qualcosa che ci faccia vedere le differenze tra amore e sessualità, in particolare per quanto riguarda l’uso dei nostri corpi e le nostre potenzialità, anche in relazione alle nuove tecnologie. Ma, comunque, il progetto è ancora agli inizi.

Info: la scheda di Maria Arlamovsky su iMDb