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BOJO BEACH

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di Elke Groen

voto: 8

Ciò che in Bojo Beach immediatamente colpisce è la straordinaria calma con cui i pescatori svolgono i loro compiti. I loro gesti, scanditi dai canti degli stessi, stanno a ricordare – soprattutto nel momento in cui sono intenti a tirare le reti sulla spiaggia – quasi una coreografia. E il rumore dell’acqua, dal canto suo, sta ancora di più a trasmetterci un senso di straordinaria calma, di un costante ripetersi degli eventi.

Sulle rive del Ghana

La documentarista Elke Groen è attiva ormai da molti anni all’interno della cinematografia austriaca contemporanea. E se la stessa avrebbe dovuto presentare Der schönste Platz auf Erden, il suo ultimo lavoro, in occasione dell’apertura della Diagonale 2020 (ahimé annullata), già da tempo si è fatta notare per il suo straordinario talento nel raccontare per immagini determinati luoghi e determinate situazioni. Questo, ad esempio, è anche il caso di Bojo Beach, cortometraggio documentario realizzato nel 2017, in cui la regista si è recata in una singolare e affascinante laguna del Ghana al fine di documentare la vita e la quotidianità di alcuni pescatori.

Realizzato rigorosamente a camera fissa, Bojo Beach prende il via nel momento in cui un gruppo di pescatori attende la marea al fine di poter gettare le reti in mare. Poche, semplici inquadrature registrano i loro movimenti, il loro lavoro, i loro canti. A fare da sottofondo, un costante rumore di onde che si infrangono sulla spiaggia. La marea si è alzata: si può partire con la barca. Come sarà, questa volta, la pesca?

L’approccio registico di Elke Groen si fa, qui, il più neutrale possibile. L’obiettivo della macchina da presa si limita a osservare ciò che accade davanti a essa. E così, quello a cui assistiamo è la normale quotidianità all’interno di una realtà a noi apparentemente molto lontana. Ciò che in Bojo Beach immediatamente colpisce è la straordinaria calma con cui i pescatori svolgono i loro compiti. I loro gesti, scanditi dai canti degli stessi, stanno a ricordare – soprattutto nel momento in cui sono intenti a tirare le reti sulla spiaggia – quasi una coreografia. E il rumore dell’acqua, dal canto suo, sta ancora di più a trasmetterci un senso di straordinaria calma, di un costante ripetersi degli eventi. A prescindere da come andrà la pesca, il tutto si ripeterà ogni giorno, all’infinito. Tutto scorre. Proprio come a suo tempo aveva teorizzato Parmenide.

Ed Elke Groen, dal canto suo, cosa fa? Semplice: da dietro la macchina da presa si fa partecipe di quel mondo lontano, diventando parte di esso e regalandoci un breve ma intenso e contemplativo viaggio dall’altra parte del pianeta. Una messa in scena, la presente, che si fa forte principalmente di un sapiente lavoro di sottrazione, che tanto sta a ricordare il cinema del suo connazionale Nikolaus Geyrhalter e che, al fine di mettere in scena questa piccola realtà del Ghana, si risulta più efficace che mai.

Dopo appena venticinque minuti (di visione, s’intende) i pescatori hanno terminato il loro lavoro e possono fare ritorno a casa. Sorridendo e chiacchierando tra di loro si allontanano dalla spiaggia, avvicinandosi sempre più alla macchina da presa. La giornata volge al termine. Buio. Eppure, non finisce qui. Ancora poche ore e si ricomincia tutto daccapo, per una nuova giornata che non sapremo mai come si concluderà finché non l’avremo vissuta.

Titolo originale: Bojo Beach
Regia: Elke Groen
Paese/anno: Austria / 2017
Durata: 25’
Genere: documentario
Sceneggiatura: Elke Groen, Ina Ivanceanu
Fotografia: Elke Groen
Produzione: Groen.FIlm

Info: la scheda di Bojo Beach su iMDb; la scheda di Bojo Beach sul sito della Viennale