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LOW DEFINITION CONTROL

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di Michael Palm

voto: 8

Diviso in sette capitoli, Low Definition Control si concentra principalmente sul lavoro che le grandi istituzioni – vedi, ad esempio, la polizia o anche la medicina stessa – compiono affinché ogni qualsivoglia aspetto della nostra quotidianità venga costantemente monitorato. Ed ecco che, pian piano, è l’atto del vedere in sé che viene messo sotto i riflettori. L’atto del vedere osservato perfettamente in parallelo con il cinema stesso e con le connotazioni che lo stesso ha assunto in epoca postmoderna, dove ormai non c’è più nulla che viene celato all’occhio dello spettatore e dove è lo spettatore stesso a voler vedere di più. Sempre di più.

L’Alba dei Morti Viventi

Siamo tutti costantemente sorvegliati. Questo è un dato di fatto. Eppure, la cosa assume immediatamente un aspetto più inquietante nel momento in cui veniamo messi di fronte alla realtà. A tal proposito, il documentario sperimentale Low Definition Control – diretto da Michael Palm nel 2011 e parte integrante della sezione Sehnsucht 2020 – Eine kleine Stadterzählung, che avrebbe dovuto far parte della Diagonale 2020 e che, in seguito all’annullamento del festival, è stata in parte riproposta all’interno del programma Diagonale 2020 – Die Unvollendete – scandaglia pazientemente ogni qualsivoglia aspetto e possibile risvolto delle condizioni in cui viviamo grazie a un sapiente e raffinato lavoro di immagini – molte delle quali prese direttamente dalle registrazioni di telecamere di sorveglianza, altre, invece, girate dal vivo, ora in digitale, ora addirittura in Super8.

Diviso in sette capitoli, Low Definition Control si concentra principalmente sul lavoro che le grandi istituzioni – vedi, ad esempio, la polizia o anche la medicina stessa – compiono affinché ogni qualsivoglia aspetto della nostra quotidianità venga costantemente monitorato. Non v’è assolutamente nulla che possa sfuggire al controllo di chi sta “sopra di noi”. E la società, dal canto proprio, come reagisce? Semplice: non lo fa. Totalmente incosciente del fatto che alcuni diritti fondamentali – vedi, su tutti, il diritto alla privacy – le siano stati tolti, la società odierna vede cittadini di tutte le età completamente rapiti dalle immagini, desiderosi di vedere tutto ciò che è dato loro da vedere. Una realtà, la presente, che riguarda soprattutto la vita nelle grandi città e, a tal proposito, Michael Palm si è concentrato, in questo suo Low Definition Control, proprio sulla città di Vienna.

Al via, dunque, una serie di riprese dall’alto effettuate nelle strade del centro storico, dove vediamo una serie di persone solite passeggiare, incontrarsi, prendere parte a manifestazioni sportive, perfettamente inconsce del fatto che c’è chi li osserva costantemente dall’alto. A doppiare le immagini, voice over appartenenti a scienziati, professori e sociologi atte ad analizzare questo particolare periodo in cui viviamo. Particolarmente azzeccata, a tal proposito, la scelta del regista di adottare un costante bianco e nero (fatta eccezione per sporadici momenti registrati direttamente da monitor di sorveglianza), segno che la società stessa, così “adagiata” in questo nuovo modo di esistere, così svogliata nel reagire e nel ribellarsi, sia popolata, in realtà, da una serie di “morti viventi”, come anche il titolo dell’ultimo capitolo sta a indicare. Cosa è stato, dunque, della società di un tempo? Le riprese in Super8 che ci mostrano i fermi immagini di alcune persone che, di punto in bianco, guardano in macchina – con tanto di riferimenti sia al cinema di François Truffaut che, più nello specifico, a quello di Chris Marker – parlano da sé.

Ed ecco che, pian piano, è l’atto del vedere in sé che viene messo sotto i riflettori. L’atto del vedere osservato perfettamente in parallelo con il cinema stesso e con le connotazioni che lo stesso ha assunto in epoca postmoderna, dove ormai non c’è più nulla che viene celato all’occhio dello spettatore e dove è lo spettatore stesso a voler vedere di più. Sempre di più.

Al contempo, però, accade qualcosa di strano: se dalle telecamere di sorveglianza siamo tutti visibili e tracciabili, nel momento in cui è la stessa macchina da presa di Michael Palm a registrare la realtà, ecco che gli esseri umani vengono mostrati quasi come delle ombre, costantemente in controluce, come se di loro e della loro stessa essenza fosse rimasto, ormai, soltanto il ricordo (particolarmente d’impatto, a tal proposito, la scena in cui vediamo una serie di visitatori, rigorosamente in controluce, nell’atto di contemplare un enorme acquario).

Eppure, in questo interessante Low Definition Control, il tutto viene a suo modo messo in scena con un certo lirismo di fondo. E ciò accade soprattutto man mano che ci si avvicina al finale, quando un sospirato ritorno alla natura, alle origini, si rivela la soluzione migliore al fine di riprendere il contatto con noi stessi. Ma sarà così semplice tornare a essere quelli di prima o, ormai, le tecnologie sono andate talmente avanti che è impossibile liberarsi dalle loro grinfie? Per reagire a tutto ciò, basterebbe solo che la società stessa decida finalmente di ribellarsi. Cosa, questa, pressoché improbabile.

Titolo originale: Low Definition Control – Malfunctions #0
Regia: Michael Palm
Paese/anno: Austria / 2011
Durata: 96’
Genere: documentario
Sceneggiatura: Michael Palm
Fotografia: Michael Palm
Produzione: hammelfilm

Info: la scheda di Low Definition Control sul sito della Diagonale; la scheda di Low Definition Control su iMDb