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RALF’S COLORS

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di Lukas Marxt

voto: 7.5

Sono gli spazi i grandi protagonisti di Ralf’s Colors, diretto da Lukas Marxt. Gli spazi ampi, che quasi stanno a trasmettere uno strano senso di agorafobia, insieme alla loro suggestiva bellezza. Spazi aperti e natura incontaminata che, di quando in quando, si alternano – in contrapposizione – a immagini di alti edifici, ripresi dalla macchina da presa del regista quasi a mo’ di una simmetrica composizione astratta. Alla Viennale 2019.

Re della terra selvaggia

Accadeva nel (non troppo) lontano 2012, che il giovane cineasta Lukas Marxt, dopo essersi diplomato in regia, decise di intraprendere un lungo viaggio a Lanzarote, al fine di trascorrere qualche giorno in solitudine e di trovare l’ispirazione per un suo prossimo lavoro. In seguito all’incontro con Ralf Lüddermann – un uomo che da diversi anni ormai ha deciso di vivere completamente in solitaria – è nato, dunque, il singolare documentario Ralf’s Colors, realizzato in stretta collaborazione con l’operatore Michael Petri, presentato in anteprima mondiale al Festival di Locarno 2019 e, successivamente, alla Viennale 2019, all’interno della selezione ufficiale.

Si può, dunque, classificare un lavoro come Ralf’s Colors come un semplice documentario? La risposta è, ovviamente, no. Se, infatti, per quanto riguarda la prima parte del lavoro, Lukas Marxt ha optato per una messa in scena piuttosto classica – ispirandosi anche, in qualche modo, al cinema di James Benning – lasciando unicamente che le immagini – unitamente a una voce fuoricampo probabilmente appartenente a Ralf, sebbene, spesso e volentieri, pronunci il nome “Ralf” interza persona – facessero da protagoniste assolute, ecco che, improvvisamente, nell’avvicinarsi al climax, tutto si fa improvvisamente più astratto, sperimentando un riuscito gioco tra immagini prese dal vero e animazioni realizzate al computer dallo stesso Ralf.

Ed ecco che, improvvisamente, luci psichedeliche stanno quasi ad accecare lo spettatore, per poi riportarlo, dopo qualche istante, nella natura più incontaminata che già avevamo visto in apertura del documentario. Ciò che Marxt, dunque, ha voluto mettere in scena, è proprio una forte contrapposizione tra natura e tecnologia. E sono proprio questi, dunque, gli argomenti trattati dalla stessa voce di Ralf, il quale, riflette costantemente sul desiderio degli esseri umani di scoprire sempre di più, spingendosi anche oltre le loro possibilità. E, magari, lanciandosi anche nello spazio.

Interessanti, a tal proposito, le numerose considerazioni riguardo la vita e la morte, così come i derivanti parallelismi con gli antichi egizi, soliti costruire le piramidi, al fine di creare una separazione netta tra i due mondi, quello dei viventi e l’Oltretomba. Allo stesso modo, la cagnolina che, di quando in quando, vediamo girovagare nella natura, sembrerebbe quasi voler rappresentare il dio Anubi, protettore delle necropoli e del mondo dei morti. Persino quando, improvvisamente, vediamo il corpo della stessa in decomposizione, ma pur sempre presente in quei luoghi tanto cari a Ralf, dove il tempo sembra essersi definitivamente fermato e che ci appaiono, dunque, quasi come una sorta di limbo, lontano dalla vita terrena e prossimi all’Oltretomba stessa.

Sono gli spazi, dunque, gli ulteriori protagonisti di Ralf’s Colors. Gli spazi ampi, che quasi stanno a trasmettere uno strano senso di agorafobia, insieme alla loro suggestiva bellezza. Spazi aperti e natura incontaminata che, di quando in quando, si alternano – in contrapposizione – a immagini di alti edifici, ripresi dalla macchina da presa del regista quasi a mo’ di una simmetrica composizione astratta. Sono questi ultimi, dunque, luoghi ameni, creati da un essere umano che ha perso di vista da tempo la vera essenza delle cose e che, pertanto, ci appaiono così strani, così incredibilmente innaturali nelle loro forme.

Un lavoro fortemente sperimentale e contemplativo, Ralf’s Colors. Un prodotto la cui lavorazione è durata diversi anni e che, al suo interno, non disdegna nemmeno di qualche breve momento metacinematografico, soprattutto quando regista e operatore si trovano nella stessa auto insieme a Ralf, visibilmente riluttante di fare della propria vita un film.

Ed ecco che il giovane Lukas Marxt si classifica immediatamente come uno dei nomi da tenere maggiormente d’occhio all’interno del panorama cinematografico austriaco, dove, già dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il cinema sperimentale e d’avanguardia ha sempre avuto un posto d’onore.

Titolo originale: Ralfs Farben
Regia: Lukas Marxt
Paese/anno: Austria, Germania, Spagna / 2019
Durata: 74’
Genere: documentario, sperimentale
Sceneggiatura: Lukas Marxt
Fotografia: Michael Petri, Lukas Marxt
Produzione: Lukas Marxt

Info: la scheda di Ralf’s Colors sul sito della Viennale; la scheda di Ralf’s Colors sul sito di Lukas Marxt