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AMOUR FOU

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di Jessica Hausner

voto: 7.5

È un percorso evolutivo assai interessante, quello della regista Jessica Hausner, al giorno d’oggi tra le cineaste austriache maggiormente in vista. Dopo un inizio di carriera in cui era il mondo dell’adolescenza e della scoperta di sé al centro della sua attenzione, in seguito a una breve incursione nell’ambito del cinema di genere, il suo discorso si è progressivamente spostato sul sociale e su tutte le “stranezze” che caratterizzano la società in cui viviamo. Questo è il caso di Lourdes, così come di Amour Fou, primo lavoro in costume della cineasta di Vienna.

Maldamore

Festival di Cannes 2014. All’interno della sezione Un Certain Regard, particolare attenzione ha destato il lungometraggio Amour Fou, dando il via, per il suo particolare approccio registico, a una serie di riflessioni su una delle principali protagoniste della cinematografia austriaca contemporanea. È un percorso evolutivo assai interessante, dunque, quello della regista Jessica Hausner, al giorno d’oggi tra le cineaste austriache maggiormente in vista al di fuori dei confini nazionali. Dopo un inizio di carriera in cui era il mondo dell’adolescenza e della scoperta di sé al centro della sua attenzione (dapprima con il cortometraggio Flora, del 1995, e, successivamente, con il lungometraggio Lovely Rita, realizzato nel 2001), ecco che – in seguito a una breve incursione nell’ambito del cinema di genere con Hotel (2004) – il suo discorso si è progressivamente spostato sul sociale e su tutte le “stranezze” che caratterizzano la società in cui viviamo. Particolarmente incentrato su tale tema, ad esempio, è Lourdes, presentato in concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2009, in cui la regista prendeva di mira i fanatismi religiosi, così come è anche il presente Amour Fou, primo lavoro in costume della cineasta di Vienna.

Prendendo spunto dalle tragiche vicende dello scrittore Heinrich von Kleist – il quale, nel 1811, si è tolto la vita, sparandosi un colpo di pistola, insieme all’amica Henriette Vogel – Amour Fou effettua una rilettura della storia senza romanzarla eccessivamente, in cui, mediante uno sguardo sulla nobiltà dei primi dell’Ottocento, viene anche mossa una (non troppo) velata critica all’alta borghesia odierna e – non per ultima – una sorta di (bonaria?) presa in giro degli stessi artisti e del loro modo estremo di vivere i sentimenti.

L’Henriette Vogel qui messa in scena (impersonata da Birte Schnöink) è, in tutto e per tutto, quello che si dice “una donna d’altri tempi”: devota al marito per dovere più che per vocazione, madre amorevole della giovane Pauline, senza alcuna aspirazione apparente, se non quella di dedicarsi interamente alla sua famiglia, tra un ricamo, una passeggiata in campagna e un ricevimento con i notabili dell’epoca. Le cose, tuttavia, cambieranno, nel momento in cui la donna farà la conoscenza dapprima di una nota cantante lirica, solita esibirsi presso i più importanti saloni nobiliari e, infine, con lo stesso Heinrich von Kleist (Christian Friedel). Al via, dunque, una serie di inspiegabili malesseri. E se i suoi mali, invece che incurabili malattie, fossero soltanto dovuti ai nervi?

Come la stessa regista ha ammesso, la scelta di raccontare l’alta borghesia ambientando la storia in un’altra epoca, serve a dare quel giusto distacco dai fatti, analogamente come, a suo tempo, Stanley Kubrick aveva fatto mediante la riuscita voice over nel suo Barry Lyndon (1975). Eppure, nel presente caso, non basta la scelta di un lungometraggio in costume a esprimere al meglio tale distacco. A completare l’opera ci ha pensato lo stesso approccio registico di Jessica Hausner, qui più estremo che mai.

Al via, dunque, una serie di inquadrature – tutte rigorosamente a camera fissa – con una composizione del quadro studiata sin nel minimo dettaglio, colori decisamente saturi e, non per ultima, una totale assenza di commento musicale, con la sola, sporadica “intrusione” di musiche rigorosamente diegetiche nelle scene ambientate durante i ricevimenti. Tale approccio registico, più che discostarsi dal resto della produzione della Hausner, rivela, di fatto, un progressivo percorso verso uno stile dall’estetica sempre più marcata e del tutto personale, che, per certi versi, tanto sta a ricordare i lavori del collega connazionale Ulrich Seidl. Se, infatti, già in Lourdes, l’approccio della macchina da presa, con fare quasi documentaristico, ci appariva assai “severo” e rigoroso, in Amour Fou tutto viene portato all’estremo, con tanto di personaggi volutamente statici, secondo i pieni canoni dello straniamento brechtiano.

Tale distacco adottato dalla regista, tuttavia, rivela, in primis, uno dei suoi intenti principali: uno sguardo assai ironico nei confronti dell’alta società e dello stesso mondo degli artisti. Lo stesso sguardo ironico individuato in Lourdes, a causa del quale, tuttavia, malgrado la riuscita impresa di “alleggerire” ciò che viene messo in scena, Jessica Hausner può apparirci, a tratti, eccessivamente giudicante. Gli stessi personaggi, ad esempio, ci appaiono quasi privi di sentimenti, freddi, distaccati, seppure Amour Fou metta in scena, soprattutto, un grande, grandissimo male di vivere. Ed ecco che le stesse inquadrature a camera fissa non ci regalano mai dettagli o primi piani di volti, quasi come se le emozioni dei protagonisti fossero, di fatto, assai lontani da chi ha messo in scena le loro vicende. V’è, dunque, possibilità di salvezza? Forse sì. Ma, sia ben chiaro: l’immagine della figlia di Henriette, che, in chiusura del lungometraggio, dopo aver suonato un brano al pianoforte, si inchina davanti alla macchina da presa, quasi a voler salutare il pubblico, pur dando, in qualche modo, speranza in un futuro migliore, lascia al pubblico giustificati dubbi in merito.

In poche parole, ciò che un lungometraggio come Amour Fou rivela, è l’intento di voler aprire un discorso sull’umanità che difficilmente può essere chiuso, che, per la cura con cui tutto è stato realizzato, fa venir voglia di chiedersi quali altre pieghe prenderà in futuro la cinematografia di Jessica Hausner e che, guardandoci intorno all’interno della produzione cinematografica austriaca contemporanea, non può non far pensare a un altro, importante lavoro in costume degli ultimi anni: Mademoiselle Paradis (2017), per la regia di Barbara Albert. L’approccio che, qui, la regista ha adottato è totalmente diverso e assai più emozionale di quello della Hausner. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Titolo originale: Amour Fou
Regia: Jessica Hausner
Paese/anno: Austria, Lussemburgo, Germania / 2014
Durata: 92’
Genere: storico, biografico, sentimentale
Cast: Christian Friedel, Birte Schnöink, Stephan Grossmann, Sandra Hüller, Holger Handtke, Barbara Schnitzler, Alissa Wilms, Paraschiva Dragus
Sceneggiatura: Jessica Hausner
Fotografia: Martin Gschlacht
Produzione: Coop99 Filmproduktion, Amour Fou Luxembourg, Essential Filmproduktion GmbH

Info: la scheda di Amour Fou su Coming Soon