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THE CITY WITHOUT JEWS

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di Hans Karl Breslauer

voto: 8.5

Il 1924, anno in cui The City without Jews viene girato e per la prima volta proiettato al pubblico, è un anno cruciale. Soltanto pochi mesi più tardi, infatti, Adolf Hitler pubblicherà il Mein Kampf, dando vita a sentimenti rimasti, sino a quel momento, (non troppo) sopiti. L’autore del romanzo – Hugo Bettauer, che, qui, ha collaborato, insieme a Breslauer e a Ida Jenbach anche alla stesura della sceneggiatura – dal canto suo aveva già messo in scena ben due anni prima una delle tante possibili conseguenze di tale risentimento latente. E lo aveva fatto nella forma forse più scomoda di tutte: la satira.

Utopia o anti-utopia?

Una pellicola più che mai attuale – nonché un preziosissimo documento storico – è stata scoperta quasi per caso nel 1991 presso la cineteca di Amsterdam, per poi essere restaurata e rilanciata sul panorama cinematografico (e dell’home video) internazionale. Stiamo parlando di The City without Jews (titolo originale: Die Stadt ohne Juden), diretto nel 1924 da Hans Karl Breslauer, nonché trasposizione dell’omonimo romanzo scritto da Hugo Bettauer nel 1922.

Già dal titolo, dunque, si può intuire su cosa il presente lungometraggio sia incentrato. Ebbene, ci troviamo nella repubblica immaginaria di Utopia. In seguito a un pesante tracollo economico, inizia a circolare in città – e, nello specifico, all’interno delle osterie – l’idea che, forse, mandando via gli ebrei (da sempre, come è noto, importanti commercianti) si sarebbe potuti arrivare a un maggiore equilibrio, oltre a una sorta di ripresa. Detto fatto. Una legge antisemita ad hoc è subito promossa e ogni ebreo è costretto a lasciare la città, diretto verso la cittadina palestinese di Zion. Le conseguenze, però, non saranno affatto quelle sperate: l’economia non migliorerà e, addirittura, ogni acquirente estero smetterà di effettuare acquisti all’interno di Utopia. Solo il coraggioso Leo – di origini ebraiche e fidanzato con Lotte, una ragazza cristiana – tenterà, a suo modo, di architettare un bizzarro inganno al fine di ripristinare l’ordine.

Il 1924, dunque, anno il cui The City without Jews viene girato e per la prima volta proiettato al pubblico, è un anno cruciale. Soltanto pochi mesi più tardi, infatti, Adolf Hitler pubblicherà il Mein Kampf, dando vita a sentimenti rimasti, sino a quel momento, (non troppo) sopiti. L’autore del romanzo – Hugo Bettauer, che, qui, ha collaborato, insieme a Breslauer e a Ida Jenbach anche alla stesura della sceneggiatura – dal canto suo aveva già messo in scena ben due anni prima una delle tante possibili conseguenze di tale risentimento latente. E lo aveva fatto nella forma forse più scomoda di tutte: la satira. Se, infatti, tale importante lavoro ha sin da subito destato l’attenzione del giovane Hans Karl Breslauer – allora trentacinquenne – al punto da volerne a tutti i costi acquistare i diritti per una trasposizione cinematografica, è anche vero che tale trasposizione è dovuta sottostare a un pesante – ma per l’epoca necessario – rimaneggiamento del testo.

Se, infatti, nel romanzo originale, l’ambientazione era la stessa città di Vienna, nel The City without Jews di Breslauer si è dovuto, per forza di cose, optare per un’ambientazione immaginaria (la Repubblica di Utopia, appunto). Allo stesso modo, ogni riferimento a partiti realmente esistenti è stato evitato, il tutto è stato, successivamente, rappresentato come il sogno di un politico antisemita (la sequenza finale esplicativa del sogno, tuttavia, è andata distrutta e, al suo posto, ciò che ci resta è un singolo fotogramma, oltre a una didascalia esplicativa aggiunta successivamente) e, al fine di dare al tutto un tono più “leggero” e da commediola classica, si è dato ancora maggiore spazio alla storia d’amore tra Lotte e Leo.

Tali, importanti rimaneggiamenti, tuttavia, non sono serviti a “sopire le masse”, e, al contrario, hanno provocato, durante alcune proiezioni ufficiali, forti proteste da parte di gruppi nazionalsocialisti culminate, addirittura, con il lancio di alcuni gas lacrimogeni n alcune sale cinematografiche.

Destino ancora peggiore, come se ciò non bastasse, è capitato allo stesso Hugo Bettauer: lo scrittore è stato ucciso da sei colpi di pistola, sparati il 10 marzo 1925 (ossia un anno dopo l’uscita di The City without Jews) dall’odontoiatra – membro del partito Nazionalsocialista – Otto Rothstock, successivamente condannato al manicomio criminale, ma rilasciato dopo soli diciotto mesi.

Oltre, dunque, all’importanza storica di un lungometraggio come il presente, non possiamo, però, non notare anche l’indubbio valore artistico di questa opera di Hans Karl Breslauer. E, a tal proposito, anche in questo caso il 1924 si classifica come un anno chiave. In questo periodo, infatti, ci troviamo – in Austria, come in Germania – in piena corrente Espressionista, che ha visto il proprio apice nel 1921 con Il Gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene e che, anche nella presente opera, si fa sentire viva e pulsante. Contemporaneamente, negli Stati Uniti la Western Electric inventava per la prima volta un modo di sincronizzare i suoni alle immagini. Un’epoca, la presente, dunque, sì di transizione, ma, allo stesso tempo, un’epoca in cui le solide basi del passato vengono rielaborate e adattate al contesto storico e politico, segno di un’ormai matura padronanza del mezzo cinematografico.

Sono, in particolare per quanto riguarda le scene in interno, le ombre, marcatissime, che, unitamente ai frequenti primi piani dei protagonisti stanno a sottolineare ora la drammaticità, ora, in ogni caso, il forte carico emotivo. Allo stesso modo, la doppia dimensione – tipica dell’Espressionismo – viene qui sottolineata dall’importante presenza dell’elemento onirico, atto, nel presente caso, soprattutto ad alleggerire ciò che si stava mettendo in scena. Una soluzione, la presente, spesso usata in commedie drammatiche (impossibile non pensare, a tal proposito, a The Ancestress, altro grande successo dell’epoca firmato Louise Kolm-Fleck e Jacob Fleck) e che, nel nostro caso, si è rivelata più che mai indispensabile.

Un progetto importante, dunque, The City without Jews. Un progetto che, proprio per la difficoltà di realizzazione, ha reso necessaria la costruzione di enormi scenografie per quanto riguarda le scene in esterna (curate dall’architetto Julius von Borsody), oltre allo straordinario impiego di un elevatissimo (per quegli anni) numero di comparse, come sta a testimoniare la scena in cui vediamo la folla – ripresa rigorosamente dall’alto – in attesa di notizie sotto il palazzo del governo.

È bastato, dunque, tutto ciò, a far riflettere la popolazione dell’epoca? Ha avuto effetto la messa in scena di questa (a dispetto del nome della location) anti-Utopia (come, a suo tempo, è stata definita dal giornalista Bert Rebhandl) sugli spettatori? Com’è facile immaginare, gli spunti di riflessione in merito non sono mancati. Il destino – o, meglio ancora, il corso della storia – doveva prendere, però, la piega che tutti conosciamo. Proprio come sta, di fatto, a prevedere in modo assai funesto la decorazione dell’albero di Natale che, dalle mani di Lotte, finisce irrimediabilmente per disintegrarsi al suolo.

Titolo originale: Die Stadt ohne Juden
Regia: Hans Karl Breslauer
Paese/anno: Austria / 1924
Durata: 80’
Genere: commedia, satirico, drammatico
Cast: Johannes Riemann, Hans Moser, Karl Tema, Anny Miletty, Eugen Neufeld, Ferdinand Mayerhofer, Mizi Griebl
Sceneggiatura: Hans Karl Breslauer, Ida Jenbach, Hugo Bettauer
Fotografia: Hugo Eywo
Produzione: H. K. Breslauer-Film

Info: la scheda di The City without Jews su Imdb