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INTERVISTA A LUDWIG WÜST

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In occasione della Diagonale 2019, è stato dedicato allo stimato cineasta austriaco Ludwig Wüst uno spazio personale all’interno della sezione In Referenz. Oltre, dunque, all’ultimo lavoro dell’artista, Departure (già presentato in anteprima alla Berlinale 2018), è stato possibile vedere (o rivedere) Egyptian Eclipse (2002) e My Father’s House (2012). Per l’occasione, Cinema Austriaco lo ha incontrato e si è fatto raccontare qualcosa a proposito del suo lavoro e della sua carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Signor Ludwig Wüst, alla Diagonale abbiamo avuto la possibilità di vedere Egyptian Eclipse, My Father’s House e Departure. Tre opere che, per un motivo o per l’altro, sono particolarmente significative per lei. Tutte, ognuna a modo proprio, raccontano di un viaggio, che sta a rappresentare anche un viaggio interiore. Cosa significa per lei il concetto di viaggio?

Ludwig Wüst: Credo che la vita sia un viaggio e credo che ognuno decida da sé quanto andare lontano. Alcuni viaggi sono soltanto interiori, mentre altri trovano il loro compimento anche all’esterno. La vita è breve e molti decidono di viaggiare, di andare oltre. Sarebbe bello se i viaggi, in ambito cinematografico, potessero mostrare nuovi ambienti che noi conosciamo solo nella nostra testa, se potessero spingere lo spettatore a riflettere sulla vita e a trasmettergli la voglia di intraprendere egli stesso nuovi viaggi.

M. P: Egyptian Eclipse e Departure raccontano storie di persone che, di fatto, vogliono scappare lontano. Per caso questo si contrappone a My Father’s House (dove il protagonista, dopo molti anni, fa ritorno a casa dei genitori) o, in generale, alla Heimetfilm-Trilogie?

L. W.: Egyptian Eclipse racconta la fuga di una donna, che scappa dalla vita che ha sempre vissuto e che sparisce nel deserto. Alla fine, in macchina, percorre circa duecento metri e poi sparisce. In Departure abbiamo la storia di due personaggi, che, analogamente, abbandonano la loro quotidianità, si incontrano e percorrono brevemente un tragitto per un paio d’ore, finché alla fine la donna muore e io (che interpreto l’altro ruolo) proseguo il mio cammino. Non si sa dove vado, ma v’è comunque una trasformazione. In My Father’s House due persone si recano in un luogo appartenente alla loro infanzia e anche in questo caso, alla fine, c’è una trasformazione: lui le regala la casa e va via per sempre. Ora, tutte queste sono situazioni d’eccezione che cambiano radicalmente i personaggi e le loro vite.

M. P.: My Father’s House è dedicato ai suoi genitori, ma la componente autobiografica è, di fatto, sempre presente all’interno delle sue opere. Può dirci qualcosa di più in merito?

L. W.: Sicuramente My Father’s House è il film che mi è più vicino di tutti: i miei genitori erano morti da poco, ho rivisto ancora una volta la casa dove sono cresciuto, ho provato determinate sensazioni da cui ha preso vita un film. In Departure il personaggio che interpreto è un carpentiere, esattamente come, di fatto, lo sono stato anch’io. Egyptian Eclipse, dal canto suo, è ispirato a un romanzo di Ingeborg Bachmann. Coma è, invece, incentrato sul tema dell’amore e della sua potenza; in questo caso io sono lo spettatore. Uno spettatore che, a sua volta, resta scioccato da quanto potente possa essere l’amore tra due persone. Come direbbe Godard, in amore non ci sono limiti: può esserci sia la guerra che una grande bellezza. Tape End è, invece, una sorta di documento all’interno del quale io stesso, con la mia telecamera, osservo il mio lavoro, il campo in cui lavoro.

M. P.: Realismo e minimalismo giocano un ruolo centrale all’interno dei suoi lavori. Come riesce a realizzare ciò registicamente parlando?

L. W.: Dunque, lo scopo è giocare di sottrazione. In Departure, ad esempio, non parliamo quasi mai. O meglio, parliamo solo tre o quattro volte. Tutto quello che facciamo lo raccontiamo per immagini. Questo è un obiettivo che abbiamo raggiunto gradualmente, film dopo film, tramite un percorso lungo dieci film: parlare il meno possibile e lasciare quasi del tutto la parola alle immagini. In questi circa quindici anni di lavoro, si è venuta a instaurare, all’interno della squadra con cui sono solito lavorare, una forte fiducia. Parliamo e ci confrontiamo in continuazione. È quasi come se avessi costruito pian piano una casa con fondamenta molto solide e all’interno della quale ogni singolo elemento è importante. Tali elementi mi conoscono, come io conosco loro: il mio cameraman, i miei attori, Maya (la mia produttrice), ecc. Queste sono le basi migliori e, in un contesto del genere, tutto è possibile, molto più che all’interno di una grande industria. Io, come regista, durante le riprese non faccio più nulla. Tutto è già detto e concordato a parole all’inizio. Quando si gira non sono più il regista.

M.P.: Spesso lei ha interpretato anche il ruolo di uno dei personaggi, all’interno dei suoi film. Come si comporta quando deve vestire il doppio ruolo di regista e di interprete?

L. W.: Per un certo periodo ho lavorato a teatro. In più ho attestati di qualifica sia come carpentiere che come attore. In Departure, in cui mi avvalgo anche della mia esperienza come carpentiere, insieme alla mia partner, Claudia Martini, al mio cameraman Klemens e alla mia produttrice Maya abbiamo provato e provato, prima di girare. Ci siamo presi molto tempo per provare e concordare tutto. E piano piano entravo a far parte di ogni scena.

M. P.: Lei ha iniziato la propria carriera in teatro. Cosa significa per lei dirigere una pièce teatrale e cosa dirigere un film?

L. W.: Credo che lavorare a un film sia qualcosa di ermetico. In dieci dei miei undici film sono stato anche produttore. Avevo la prima e l’ultima parola. Per quanto riguarda il teatro, ho avuto l’occasione di formarmi in quest’ambito per tredici anni. Il teatro è dialogo. Sempre. Ogni giorno. E questo, perché lavori spesso con persone diverse. Non c’è una forma definitiva, bensì una ripetizione. Ogni film ha, alla fine, una sua forma definitiva. In teatro questo non può accadere. Una volta un collega molto arguto ha scritto: “Fare teatro è come scrivere sulla sabbia”. Presto sarà tutto cancellato. E poi, ovviamente, vi sono altri parametri. In teatro, ad esempio, ho bisogno di un dialogo più intenso e più costante con gli attori. E già questa è una condizione completamente diversa. Io amo il teatro, ho lavorato a cinquanta produzioni teatrali. Qui a Graz, dopo molto tempo, ho avuto modo di lavorare alla Schauspielhaus e ho vissuto nuovamente una realtà totalmente diversa da quella che vivo quando giro un film. Una realtà fatta anche di compromessi, quando, nel momento in cui realizzo un film, di solito non scendo a nessun compromesso. In teatro devono incontrarsi le opinioni di molte maestranze, mentre al cinema ci sei solo tu o, al massimo, anche il tuo produttore. Nel cinema, già da una decina di anni, ho la mia squadra, all’interno della quale tutti ci conosciamo e sappiamo cosa vogliamo. Qui a Graz, invece, c’erano molti fattori esterni, molte maestranze che tra di loro non si conoscevano. Questo, ovviamente, ha richiesto molto dialogo. Ed è proprio questa la cosa interessante: il teatro è l’ultimo luogo in cui il dialogo è necessario, altrimenti non si riesce a venire a capo di nulla. Oggi, con i cellulari, tutti si scrivono messaggi, ma questo non è dialogare. In teatro non ci sono né cellulari né sms. Devi dialogare quotidianamente. Devi arrivare al punto in cui dirai: “Ok, qual è il prossimo passo?”. Questo, purtroppo, non accade più nemmeno negli uffici: le persone sono sedute una di fronte all’altra e si mandano le e-mail. In teatro tutto si crea grazie al dialogo. E questo mi dà molta speranza.

M. P.: Ci sono registi (sia in ambito cinematografico che teatrale) che per lei sono stati particolarmente significativi?

L. W.: Per quanto riguarda il cinema ci sono Robert Frank, Orson Welles (soprattutto per quanto riguarda i suoi ultimi lavori), il documentarista Raymond Depardon, Pedro Costa e Aleksandr Sokurov. Questi cinque e altri quarantacinque. Anche Tarkovskij, ad esempio, ha avuto una grande importanza per me. Per quanto riguarda il teatro, tra i registi del passato mi vengono in mente Peter Zadek, Klaus Michael Grüber, Einar Schleef e Heiner Müller, mentre, tra i registi contemporanei, su tutti Michael Thalheimer. Tutti gli altri si possono dimenticare (ride, n.d.r.).

M. P.: Un’ultima domanda: quali consigli darebbe a un giovane che vuole diventare regista?

L. W.: Deve fare un bel respiro, deve lavorare per dieci anni senza speranza di avere successo e deve scegliere un proprio percorso. È molto importante che non si interessi soltanto di film, ma anche di molte altre forme d’arte.

Info: il sito personale di Ludwig Wüst