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MY FATHER’S HOUSE

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di Ludwig Wüst

voto: 8.5

Primo capitolo della Heimatfilm-Trilogie (comprendente anche Abschied, del 2014, e Heimatfilm, del 2016), My Father’s House, dedicato ai genitori del regista, appena scomparsi, mette in scena – analogamente alle altre opere dell’autore – un importante cambiamento interiore e può classificarsi di diritto, come il suo lavoro più intimo e personale.

Ritorno alle origini

Se, in occasione della Diagonale 2019, un cineasta del calibro di Ludwig Wüst già ha avuto modo di colpirci con lungometraggi come Egyptian Eclipse (2002) o l’ultima sua fatica, Departure (già presente alla 68° Berlinale), di forte, fortissimo impatto emotivo è My Father’s House, bello in modo straziante, realizzato nel 2012 e probabilmente il lavoro più intimo e personale del regista austriaco.

Con una messa in scena ridotta all’essenziale, vediamo, all’interno dell’abitacolo di un’automobile, un uomo e una donna intenti a chiacchierare amichevolmente, mentre l’uomo è impegnato alla guida. Poi, improvvisamente: buio, titolo e di nuovo la luce. Questa volta ci troviamo all’interno di una vecchia casa di paese. L’uomo e la donna incontrati nella scena precedente, si accingono ad aprire la porta di casa e a lasciarsi trasportare – ora seduti a un tavolino in giardino, ora guardando vecchie fotografie – dall’onda dei ricordi. Il padre dell’uomo qui presente è scomparso da poco. Un ritorno alla propria casa natale, dunque, era più che mai necessario.

Se per tutte le opere dell’artista austriaco vale la regola del realismo unito a un curato e mai scontato minimalismo, in My Father’s House tale regola viene portata addirittura all’estremo, grazie a un raffinato (e alquanto difficile da eseguire) piano sequenza – che dura circa cinquanta minuti e prende il via nel momento in cui vediamo i due entrare in casa, fino alla conclusione del lungometraggio stesso – realizzato dallo storico operatore di Wüst, Klemens Koscher.

I dialoghi – fatta eccezione per qualche sporadica battuta – sono ridotti volutamente all’essenziale. Il commento musicale pure, se si fa eccezione per una malinconica canzone di parecchi decenni fa (la canzone preferita della madre del protagonista) – rigorosamente diegetica.

Tale minimalismo, tuttavia, risulta quanto di più potente ci si possa aspettare da un lavoro che mette in scena il superamento del lutto, il ritorno alle origini e – soprattutto – il confronto diretto con il proprio passato, in quanto, proprio grazie alla naturalezza della messa in scena e a piccoli, ma essenziali dettagli, colpisce, scuote, commuove profondamente lo spettatore, diventato, al termine della visione, ormai parte integrante dell’intero lavoro.

Se, dunque, attraverso la finestra aperta, la macchina da presa osserva rispettosa i due amici d’infanzia chiacchierare seduti al tavolino in giardino, ecco che la stessa, pian piano, si sofferma sul volto del protagonista, assorto nei propri pensieri, nel momento in cui la sua amica si è allontanata per telefonare. Bastano pochi minuti, poi, per spostarsi all’interno, dove troviamo lo stesso uomo contemplare una vecchia fotografia di sua madre da giovane, per poi prenderla, stringerla al petto e sdraiarsi sul letto in posizione fetale, in un momento di intimo raccoglimento.

E poi, non per ultima, c’è la casa. La casa del protagonista viene qui trattata alla stregua di un vero e proprio personaggio. Lo capiamo dai vivi e dolorosi ricordi di cui la stessa è pregna, così come dal religioso silenzio in cui la stessa è immersa – quasi volesse rifiutare ogni invasione del mondo esterno – fino all’ultima, significativa e fortemente commovente inquadratura finale, quando, dopo la decisione dell’uomo di andarsene definitivamente dal proprio paese, la sua amica chiude le persiane, lasciando la macchina da presa a “sbirciare” tra le fessure verso l’esterno, seguendo con l’amore pari a quello di un genitore le persone appena allontanatesi.

Primo capitolo della Heimatfilm-Trilogie (comprendente anche Abschied, del 2014, e Heimatfilm, del 2016), My Father’s House, dedicato ai genitori del regista, appena scomparsi, mette in scena – analogamente alle altre opere dell’autore – un cambiamento interiore, avvenuto, anche in questo caso, attraverso un doloroso percorso di crescita, e può classificarsi di diritto, non solo il suo lavoro più intimo e personale, ma anche uno dei suoi prodotti maggiormente riusciti, in grado di colpire nell’intimo lo spettatore come poche volte succede.

Titolo originale: Das Haus meines Vaters
Regia: Ludwig Wüst
Paese/anno: Austria / 2012
Durata: 65’
Genere: drammatico
Cast: Nenad Šmigoc, Martina Spitzer
Sceneggiatura: Ludwig Wüst
Fotografia: Klemens Koscher
Produzione: Ludwig Wüst

Info: la scheda di My Father’s House su ludwigwuest.works