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3 DAYS IN QUIBERON

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di Emily Atef

voto: 6.5

Con il volto di una somigliante Marie Bäumer vediamo una Romy Schneider umana, fragile, debole, provata dalla vita e che ha come tallone d’Achille il difficile rapporto con i figli.

Ritratto di Signora

Cosa ci racconta di nuovo un lungometraggio come 3 Days in Quiberon? Non solo una delle più grandi interpreti degli scorsi decenni, ma anche una vera e propria icona di stile, dalla vita costellata di disgrazie, ma con un sorriso in grado di incantare qualsiasi spettatore: Romy Schneider, la grande attrice austro-tedesca che ha raggiunto la notorietà a livello internazionale con la trilogia dedicata alla vita dell’imperatrice Elisabetta di Baviera detta Sissi – composta da La Principessa Sissi (1955), Sissi, la Giovane Imperatrice (1956) e Sissi, il Destino di un’Imperatrice (1957), tutti per la regia di Ernst Marischka – è diventata, con il passare del tempo, un vero e proprio mito in Austria. Si potrebbe addirittura affermare che – a differenza della Germania – l’Austria, suo paese natale, abbia posto l’attrice su un vero e proprio piedistallo, al punto di dedicarle uno dei più importanti riconoscimenti in ambito cinematografico/televisivo dell’intera nazione: la Goldene Romy, ossia la “Romy dorata”.

Malgrado una tale venerazione nei confronti della bellissima interprete, malgrado la risonanza che la stessa ha avuto all’interno del panorama cinematografico mondiale, in pochi hanno provato a raccontare sul grande schermo la sua travagliatissima vita. Fatta eccezione, infatti, per il film per la tv Romy, copruduzione franco-tedesca diretto nel 2009 da Torsten C. Fischer, non era mai stato realizzato un biopic che sapesse davvero raccontarci la grande interprete, con tutte le sue debolezze e le sue paure. Almeno fino al 2018, quando, in concorso alla 68° edizione del Festival di Berlino prima e alla Diagonale 2019 poi, è stato presentato 3 Days in Quiberon (titolo originale: 3 Tage in Quiberon), prodotto da Austria, Francia e Germania e diretto dalla regista franco-iraniana (ma tedesca di adozione) Emily Atef.

Partendo dalle celebri fotografie realizzate da Robert Lebeck – e rispecchiando, di conseguenza, il curatissimo bianco e nero – la macchina da presa segue fedelmente la figura di Romy Schneider durante la sua permanenza in una casa di cura a Quiberon, dove l’attrice si era recata al fine di disintossicarsi dall’alcool. Raggiunta dall’amica Hilde, la donna dovrà incontrare un giornalista della rivista Stern insieme al fotografo Lebeck, appunto, al fine di realizzare un’intervista. La Schneider, tuttavia, sarà vulnerabile come non mai e il rischio che la sua immagine pubblica venga rovinata sarà pericolosamente elevato.

Con il volto di Marie Bäumer (Il Falsario – Operazione Bernhardt) – incredibilmente somigliante alla Schneider stessa – vediamo una protagonista umana, fragile, debole, provata dalla vita e che ha come tallone d’Achille il difficile rapporto con i figli. Eppure, il sorriso non manca mai. Così come non mancano le risate, gli scherzi ed uno straordinario attaccamento alla vita. La Romy Schneider della Atef è una Romy in una fase transitoria: sono lontani, ormai, i giorni felici che la vedevano accanto agli uomini che amava o agli inizi di carriera, quando era ancora solo “la Principessa Sissi” (etichetta, questa, che faticherà una vita intera per scollarsi da dosso), eppure, appunto, la speranza in un futuro migliore non è ancora morta, come la protagonista stessa più volte afferma.

Il resto viene da sé: suggestivi e magnetici ritratti dell’attrice, primi e primissimi piani che spesso mal celano qualche ruga di troppo ci regalano un ritratto fedele e doloroso, ma tutto sommato onesto e realistico.

Questo importante lavoro della Atef, proprio per questo costante indugiare della macchina da presa in modo quasi ossessivo sulla figura della stessa Schneider, può essere accusato di eccessivo manierismo. E la cosa è anche comprensibile. Eppure, c’è da riconoscere anche questo: nel raccontare questi tre importanti giorni di vita della protagonista, fortunatamente viene evitata quella pericolosa retorica che rimanda ad eventi imminenti nella vita della stessa, quali la morte prematura del figlio o il suo stesso decesso, avvenuto soltanto un anno dopo. C’è ben poco da obiettare: la storia è storia, la Schneider viene, qui, rappresentata come un importante tassello della storia del cinema stessa, venerata sì, ma anche incredibilmente umanizzata. E, forse, anche e soprattutto per questo, immensamente amata.

Titolo originale: 3 Tage in Quiberon
Regia: Emily Atef
Paese/anno: Germania, Austria, Francia / 2018
Durata: 115’
Genere: biografico, drammatico
Cast: Marie Bäumer, Birgit Minichmayr, Charly Hübner, Robert Gwisdek, Denis Lavant
Sceneggiatura: Emily Atef
Fotografia: Thomas W. Kiennast
Produzione: Karsten Stöter

Info: il sito ufficiale di 3 Days in Quiberon (3 Tage in QUiberon)