Categoria: 2018

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PARTY HARD DIE YOUNG

Anche se, al giorno d’oggi, di prodotti che somigliano come una goccia d’acqua al nostro Party hard die young ne sono stati realizzati davvero tanti, bisogna riconoscere al giovane regista Dominik Hartl – da sempre appassionato di horror – di aver tentato, a suo modo, una lettura e una messa in scena del tutto personali.

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WHAT HAVE WE DONE TO DESERVE THIS?

La commedia brillante What have we done to deserve this?, opera seconda dell’attrice e sceneggiatrice Eva Spreitzhofer, presentata in anteprima italiana nel corso della rassegna Sotto le Stelle dell’Austria 2019, mira a scardinare ogni qualsivoglia cliché focalizzando la propria attenzione su un mondo con cui viviamo a stretto contatto, ma di cui, di fatto, conosciamo fin troppo poco.

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TO THE NIGHT

Funziona il particolare andamento contemplativo conferito a To the Night. Malgrado la giovane età, malgrado una scarsa esperienza dietro la macchina da presa, Peter Brunner ha dalla sua la grande capacità di mettere in scena in modo del tutto personale e sincero un tormento interiore ricco di sfaccettature e per nulla facile da analizzare.

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SCHAUSPIELERIN

Il volto decadente (ma incredibilmente affascinante nella sua malinconia) di Brigitte Karner in Schauspielerin viene amorevolmente filmato nel dettaglio da una macchina da presa che si fa immediatamente intima conoscitrice dell’animo della protagonista, regalando alla stessa una serie di primissimi piani, dettagli e, non per ultime, inquadrature mostranti la donna riflessa sul vetro di una finestra, resi ancora più preziosi da un raffinato bianco e nero.

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ERIK & ERIKA

È un maldestro approccio registico che ha fatto di un lavoro come Erik & Erika di Reinhold Bilgeri un prodotto piatto, dal taglio prettamente televisivo, che, malgrado gli interessanti spunti iniziali, finisce inevitabilmente per perdere di mordente persino nei momenti chiave.

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CHAOS

In Chaos, la regista Sara Fattahi, con una messa in scena che mal cela la sua scarsa esperienza dietro la macchina da presa, è caduta più di una volta in banali manierismi, soprattutto nel momento in cui ha voluto conferire all’intero lavoro un tono fortemente (e non sempre giustificatamente) contemplativo.