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FRITZ LANG E JOSEPH GOEBBELS – RACCONTO DI UNA FUGA

In molti ricorderanno la lunga e appassionante intervista del regista William Friedkin al grande Fritz Lang, realizzata nel 1974 e considerata, ancora al giorno d’oggi, un prezioso documento per quanto riguarda la storia del cinema. Nel corso della presente intervista, dunque, non possiamo non notare un Fritz Lang entusiasta e appassionato nel raccontare alcune sue fondamentali vicissitudini. Come, ad esempio, quando, dopo un incontro con Goebbels, decise di espatriare.

Come in un labirinto

In molti ricorderanno la lunga e appassionante intervista del regista William Friedkin al grande Fritz Lang, realizzata nel 1974 e considerata, ancora al giorno d’oggi, un preziosissimo documento per quanto riguarda la storia del cinema stessa. Nel corso della presente intervista, dunque, non possiamo non notare un Fritz Lang a volte reticente nel parlare del proprio cinema, ma, spesso e volentieri, anche entusiasta e appassionato nel raccontare alcune sue fondamentali vicissitudini. Come, ad esempio, quando ha raccontato di quando, dopo un incontro con Goebbels, decise di espatriare. Ed è proprio il racconto della fuga del regista alla volta di Parigi al centro del presente articolo: un racconto che ha quasi le venature del giallo, perfettamente in linea con quanto il grande cineasta austriaco naturalizzato statunitense ha saputo mettere in scena sul grande schermo nel corso della sua lunga e prolifica carriera.

Tutto accadde nel 1933, quando Lang aveva da poco finito di girare Il Testamento del Dottor Mabuse. Un film, il presente, che si rivelò immediatamente controverso per alcuni specifici elementi al proprio interno. Nel momento in cui, infatti, lo stesso Mabuse – pericoloso genio del crimine – sta per appropriarsi del corpo di un altro essere umano, pronuncia una serie di frasi prese direttamente dai più noti slogan nazisti. Questo, ovviamente, non piacque affatto alle autorità e un giorno, presso lo studio di Lang, si presentarono alcuni uomini in camicia gialla (ancora, come lo stesso Fritz Lang ha specificato, non si portavano le camicie nere), affermando con fare minaccioso che l’allora ministro della Propaganda Joseph Goebbels non avrebbe mai fatto distribuire quel film.

C’è da dire, però, che gli stessi avevano, di fatto, sottovalutato Fritz Lang, il quale – con fare ancor più arrogante – li esortò a sequestrare il suo film, se solo ne avessero avuto il coraggio. Loro, ovviamente, non se lo fecero ripetere due volte. Il Testamento del Dottor Mabuse, dunque, non sarebbe stato distribuito. Che fare, però, per rimborsare almeno la casa di produzione che lo aveva finanziato? L’unica soluzione, a questo punto, sembrava proprio quella di andare a colloquio da Goebbels in persona. E così, pochi giorni dopo, a Fritz Lang arrivò l’invito – o, come lo stesso ha scherzosamente ricordato, l’ordine – di presentarsi presso il Ministero della Propaganda, al fine di incontrare il ministro.

Fu così che – a detta dello stesso – il cineasta – vestito, suo malgrado, di tutto punto – si recò al ministero e, dopo aver attraversato lunghi corridoi dove severi uomini in camicia gialla e armati di pistole erano addetti alla sorveglianza, finalmente giunse in un’enorme stanza circolare. Dopo qualche istante, ecco presentarsi un uomo estremamente gentile: il ministro Goebbels sarebbe stato disponibile da lì a pochi minuti. E giunse, infine, il momento in cui i due si incontrarono: Goebbels stava seduto dietro alla scrivania in un’enorme stanza rettangolare. Anch’egli gentile in modo assai affettato, andò incontro a Lang tendendogli le mani e dandogli il benvenuto. La tensione si tagliava con il coltello. Fritz Lang era ormai quasi rassegnato a ritirare il proprio film dalla distribuzione. Ma ciò, sorprendentemente, non avvenne. Goebbels, dal canto suo, esclamò: “Signor Lang, il Führer ha visto alcuni suoi film. Li ha molto apprezzati e sostiene che lei possa regalarci il miglior film nazionalsocialista.”

Le cose, dunque, stavano così: Goebbels stava invitando Lang a diventare un regista del Reich. E mentre il cineasta continuava a ripetere al ministro quanto fosse onorato, nel frattempo fissava un enorme torre con un orologio al di fuori della finestra, pensando che sarebbe dovuto fuggire via lontano il prima possibile. Egli, per l’esattezza, pensava: “Appena uscirò di qui andrò a prelevare dei soldi e lascerò per sempre la Germania.”

Goebbels, dal canto suo, continuava a parlare e a parlare. Al punto da offrire a Lang l’incarico di supervisore su tutto il cinema tedesco. A nulla, servì una pseudo obiezione del regista nel momento in cui confessò che – sebbene da parte di padre fosse ariano da generazioni e sua madre avesse ricevuto un battesimo cattolico – i nonni materni erano ebrei. Goebbels, con estrema gentilezza, si limitò ad affermare: “Signor Lang, siamo noi a decidere chi è ariano e chi no.”

Fritz Lang, a questo punto, sembrava davvero senza speranza alcuna. E, nel frattempo, le lancette dell’orologio della torre si avvicinavano sempre di più all’orario di chiusura delle banche. Il colloquio tra i due andò, dunque, avanti per ore e quando finalmente si accomiatarono era ormai troppo tardi per passare in banca. Sconvolto dall’incontro, Lang decise di tornare nella sua casa di Breitenplatz: una piccola piazza costeggiata da case ma con grandi spazi vuoti dietro di esse. Una volta entrato chiese al suo domestico Hans di preparare in una valigia l’occorrente per stare via circa un mese e mezzo. Si mise in tasca cinque banconote da mille dollari e si accinse a uscire. Ma le cose da subito si rivelarono assai complicate: nel momento in cui si affacciò alla finestra si accorse che la casa era circondata da decine di uomini con le divise gialle. Goebbels, probabilmente, non si era affatto fidato di lui. Che fare, dunque?

Fritz Lang chiese al suo domestico di prendere i soldi e di recarsi alla stazione vicino alla zoo, dandogli appuntamento alle 20 in punto: a quell’ora sarebbe partito il primo treno per Parigi e il domestico era incaricato di acquistare un biglietto per un posto in vagone letto. Nel frattempo egli si incontrò con la sua fidanzata, Thea von Harbou, un tempo sposata con un uomo di origini ebree. Lang, facendole notare che la stessa avrebbe corso diversi rischi restando in Germania, si fece consegnare alcuni suoi gioielli in modo da poterli portare al sicuro all’estero. Tutto sembrava andare per il meglio e, verso la fine della giornata, il regista riuscì ad arrivare in stazione con cinque minuti di anticipo. Prese il biglietto, salì al volo sul treno e diede appuntamento al suo domestico direttamente a Parigi. Ora bisognava fare un’altra cosa: nascondere sia i soldi che le banconote, in modo che se qualcuno lo avesse arrestato, non avrebbero capito che era intenzionato a stare via per molto tempo. Fu così che si spostò in una carrozza lontano dalla sua, andò in bagno e legò i gioielli con del nastro adesivo bianco dietro al water, mentre le banconote vennero nascoste all’interno del libro reclami posto su di una mensola nella carrozza ristorante. Ora non restava che tornare nel proprio scompartimento e trascorrere lì tranquilli il resto del viaggio. Ma gli ostacoli non erano del tutto finiti.

Giunti, infatti, in una stazione di sosta, ecco salire sul treno alcune camicie gialle incaricate di controllare passaporti e bagagli. Fritz Lang iniziava a sudare freddo, chiuso nel suo scompartimento, mentre sentiva le camicie gialle bussare alle porte delle altre cuccette, mentre si avvicinavano sempre di più alla sua. All’improvviso, poco prima che entrassero a controllare la sua cuccetta, al regista venne un’idea: iniziare a russare come se stesse realmente dormendo. Dopo che la porta dello scompartimento di fianco al suo venne richiusa, sentì, tuttavia, che le camicie gialle passarono oltre. Nessuno controllò il suo passaporto né i suoi bagagli. Fritz Lang, a questo punto, era certo che tutti fossero coscienti della sua fuga e che da lì a breve l’avessero arrestato. Ma le cose non andarono così: nessuno andò a cercarlo. Fu così che, poco tempo dopo, recuperò i gioielli e le banconote e, una volta giunto a Parigi, iniziò una nuova vita. Nessuno, dalla Germania, tentò più di rintracciarlo.

Del perché nessuno andò a fare i controlli nel suo scompartimento, Lang non ne venne mai a conoscenza. Fatto sta che da quel momento in poi era ormai un uomo libero. Libero di vivere la propria vita e di fare del cinema come meglio credeva. Doveva passare ancora un anno, tuttavia, alla sua partenza alla volta degli Stati Uniti d’America, dove la sua carriera proseguì in modo altrettanto brillante. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia. O, sarebbe meglio dire, questa è Storia.

Info: la scheda di Fritz Lang su iMDb; la scheda dell’intervista di William Friedkin, Conversation with Fritz Lang, su iMDb