INTERVISTA AD ANJA SALOMONOWITZ

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In occasione della Viennale 2019, la regista Anja Salomonowitz ha presentato il documentario sperimentale This Movie is a Gift, dedicato all’artista Daniel Spoerri e incentrato in modo particolare sul suo lavoro e sulle sue opere, interamente realizzate con oggetti di uso comune non più utilizzati. Cinema Austriaco ha avuto modo di fare quattro chiacchiere con lei e di farsi raccontare qualcosa in più circa questo suo ultimo lungometraggio e la sua importante carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Quando e in che modo è nata l’idea di realizzare This Movie is a Gift?

Anja Salomowitz: L’idea è nata dopo che Daniel Spoerri mi ha regalato un quadro con un piccolo cuore che avevo trovato a casa di mio padre. Così ho pensato di dedicargli un film, per fargli un regalo a mia volta. Quindi ho iniziato a fare mente locale circa tutti gli elementi che volevo inserire nel film, ad esempio, le mie riflessioni sul lavoro di Daniel, mio figlio, eccetera. Successivamente ho iniziato a buttare giù una sceneggiatura, un abbozzo di sceneggiatura, pensando a come mettere insieme tutti questi elementi. E poi, finalmente, circa sei settimane più tardi abbiamo iniziato con le riprese. In realtà abbiamo effettuato le riprese in tempi brevissimi, abbiamo avuto bisogno solo di tre giorni per girare il tutto.

M. P.: Nel suo film si incontrano continuamente la vita e la morte, così come passato e presente. E questi sono concetti che troviamo spesso in tutti i suoi lavori. Come si rapporta solitamente ad essi?

A. S.: Dunque, per me fare film significa compiere un atto politico, porre domande riguardanti la società e il quotidiano e anche, allo stesso tempo, parlare di cinema, di come, nello specifico, un prodotto cinematografico (nel presente caso, un documentario) viene di volta in volta realizzato. Su questo si basa il mio linguaggio cinematografico. In questo caso mi sono chiesta come si potrebbe rappresentare la morte di una persona, come si potrebbe rappresentare una questione trascendentale come la presente. Quando accade qualcosa di simile il quotidiano viene sconvolto, vengono a galla numerosi pensieri e l’atmosfera stessa è diversa. Ma comunque non lo si può descrivere con esattezza. E quindi devi concentrarti su un particolare linguaggio, sugli oggetti, sulle forme, sui sentimenti. Sono tutti questi elementi, poi, che a mo’ di flusso di coscienza si collegano tra loro dando vita a qualcosa di concreto. Questo è quello che ho cercato di far vedere nel mio film. C’è certamente una sorta di malinconia di fondo, ma anche qualcosa in più. È molto difficile da descrivere, ma, ad ogni modo, ciò accade semplicemente quando qualcuno muore. All’improvviso le cose ambiano definitivamente. Nel mio film ho provato a descrivere tutto questo e a collegarmi, nel frattempo, al lavoro di Daniel Spoerri. Mi sono chiesta come si può superare un lutto e credo che le persone come Daniel siano una buona risposta in merito.

M. P.: Anche il tema dell’immigrazione viene spesso trattato nelle sue opere. E, nel presente caso, lo stesso Daniel Spoerri – che durante la Seconda Guerra Mondiale è venuto in Austria dalla Romania – parla del suo passato di emigrante.

A. S.: Credo che avere l’opportunità di iniziare una nuova vita all’estero sia, in generale, un’esperienza straordinaria e ricca di spunti interessanti. Io, personalmente, non ho mai vissuto questa esperienza, ma posso immaginare cosa si provi. Ma comunque in This Movie is a Gift ho messo in scena una situazione particolare. In questo mio ultimo film ho raccontato la storia del padre di Daniel, che è stato ucciso durante l’olocausto. Ma, contemporaneamente, mi sono anche chiesta in quale modo poterla raccontare senza scadere nel già detto. E qui è entrato in gioco mio figlio, che ha dieci anni e ha interagito, durante il film, con Daniel. Così, in qualche modo, passato e presente si sono incontrati. E lo stesso Daniel aveva l’età di mio figlio quando tutto questo è successo, è stata un’esperienza decisamente drastica. Questo fa parte del mio personale modo di fare cinema, così come nel corso degli anni si è sviluppato. La storia di Daniel viene qui raccontata da mio figlio, per un nuovo modo di raccontare la storia stessa. Prima delle riprese abbiamo riflettuto a lungo su come realizzare questa particolare messa in scena. Abbiamo riflettuto molto su come sarebbe stato quando il bambino avrebbe preso la parola. Oskar, dal canto suo, era molto preparato, conosceva la storia, sapeva anche cosa avrebbe dovuto fare sul set e io mi sono spesso assicurata che tutto stesse andando per il meglio.

M. P.: Il tempo gioca, qui – così come in tutti i suoi lavori – un ruolo di centrale importanza. Come si è rapportata ad esso, in questo suo ultimo lavoro?

A. S.: C’è una sorta di contemporaneità. Una contemporaneità di diverse situazioni e sentimenti. Ad esempio c’è un momento in cui Daniel parla al telefono. E io, nel frattempo, rifletto sul fatto che la segreteria telefonica di mio padre funzionava ancora dopo la sua morte. All’inizio non ero sicura di voler inserire questo elemento e ho avuto anche modo di scontrarmi con la troupe a riguardo. Ma poi mi sono resa conto che era la cosa giusta da fare. Questo, a tal proposito, è un perfetto esempio di contemporaneità tra due diverse situazioni, perché, nella vita di tutti i giorni, è proprio così che funziona: c’è sempre qualcosa che accade in un preciso momento e, contemporaneamente, ci sono cose di cui percepiamo solo l’essenza, il ricordo. Questo accade continuamente in This Movie is a Gift e accade qualcosa di simile anche in It happened just before, quando i personaggi parlano e, nel frattempo, a seconda del modo in cui ho trattato le location, vedi sullo sfondo praticamente un altro film.

M. P.: In This Movie is a Gift compare anche suo figlio Oskar. Com’è stato lavorare con lui?

A. S.: È stato molto bello e divertente. Oskar è comparso in quasi tutti i miei film. In questo caso ha ricevuto le domande delle interviste prima delle riprese e ha imparato i testi a memoria. Poi ha assistito alle riprese e, infine, ha iniziato a interagire con Daniel. All’inizio Daniel non era a conoscenza del fatto che anche il bambino avrebbe dovuto prendere parte al film. Ma bisogna comunque dire che Daniel Spoerri è una persona di cuore, una persona molto generosa e aperta alle novità, quindi alla fine ha trovato la cosa divertente, mentre qualcun altro, al posto suo, avrebbe potuto preferire comparire sul set da solo. Ma ad ogni modo volevo fare un film su di lui, perché quando si è in sua presenza o a casa sua ci si sente in un altro mondo pieno di spunti interessanti e con un’importante storia. E poi Daniel ha una mente così aperta, così “internazionale”, è davvero una persona di cuore che sa offrirti molto.

M. P.: Quali sono state le principali difficoltà nel produrre questo suo lavoro?

A. S.: In realtà tutto si è svolto in modo molto semplice. Negli ultimi anni, comunque, mi è capitato di scrivere alcuni film, sono riuscita ad avere dei finanziamenti per quanto riguarda le prime fasi della lavorazione, ma non avevo abbastanza soldi per girarli e portarli a compimento. In pratica ho scritto tre film ma non sono riuscita a girarli. E mi sentivo piuttosto demoralizzata. Poi mi è stato regalato da Daniel questo quadro, ho deciso di fare un nuovo film e ho chiamato le persone con cui sono solita collaborare. Gli ho chiesto se erano disposti ad aiutarmi, anche soltanto in cambio di pochi soldi e tutti si sono resi disponibili. Così abbiamo effettuato le riprese, ma non avremmo mai pensato che ne sarebbe venuto fuori un film così lungo. Così ho deciso di andare avanti, abbiamo chiesto ulteriori finanziamenti, sia per pagare un po’ di più i collaboratori, sia per questioni prettamente tecniche, tipo i dcp, ad esempio. Fortunatamente li abbiamo ottenuti e abbiamo potuto continuare. Ma la cosa più importante è che tutti già dall’inizio hanno deciso di aiutarmi a prescindere e hanno creduto molto in questo progetto. E credo che nel film questa cosa si percepisca molto. E poi, se, di solito, quando si gira un film, si sa esattamente come esso sarà e quanto durerà, per noi non è stato così, il film è venuto fuori da sé piano piano, è stata una sorpresa, quasi una sorta di miracolo.

M. P.: Lei lavora anche in teatro. Cosa cambia per lei quando deve inscenare un’opera teatrale piuttosto che un film?

A. S.: Guarda, mi è capitato di dirigere un’opera teatrale al Volkstheater, ma preferisco decisamente lavorare a un film. Anche se lavorare a teatro è molto più facile. (ride n. d. r.) Quando si dirige qualcosa a teatro, subito dopo la rappresentazione è tutto finito, invece un film è per sempre. Questo preferisco dei film.

M. P.: Le farebbe piacere se, in futuro, anche i suoi figli diventassero attori o registi?

A. S.: Sì, certamente. Poi, comunque, starà a loro decidere cosa vogliono fare. Ma per loro è normale vivere in un contesto come il nostro, ci seguono durante la realizzazione dei film e spesso girano loro stessi i loro primi film amatoriali.

M. P.: Un’ultima domanda: al momento sta lavorando a nuovi progetti?

A. S.: Sì, sto lavorando a due nuovi film, di cui sono molto entusiasta e che non vedo l’ora di realizzare. Il primo è un film di finzione su Maria Lassnig, una pittrice austriaca famosa soprattutto per i colori accesi e bellissimi dei suoi dipinti. Ella ha scritto un diario molto interessante sul produrre arte, sulla pittura, sui suoi stessi sentimenti e su come le figure dei suoi quadri cambino a seconda dei sentimenti stessi. È qualcosa di molto intimo. Vorrei fare un film su quest’artista, che, nel frattempo, è anche una donna che si è affermata all’interno di un panorama prettamente maschile. Il secondo film, invece, è su un’attivista, Inna Schewtschenko. Sarà, appunto, un documentario su questa donna così impegnata sul fronte politico, così energica e piena di vita. E anche di questo secondo film sono molto entusiasta.

Info: il sito ufficiale di Anja Salomonowitz; la scheda di This Movie is a Gift sul sito della Viennale