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IN RICORDO DI GUSTAV DEUTSCH

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Il 2 novembre 2019 ci ha lasciato il maestro Gustav Deutsch. Considerato tra i nomi maggiormente in vista per quanto riguarda il cinema d’avanguardia austriaco, lo stesso si è dedicato alla settima arte per quasi quarant’anni, tracciando, complessivamente, un enorme affresco della società austriaca e mondiale, contemporanea e del passato, grazie anche a un copioso utilizzo di filmati amatoriali e di repertorio.

La parola alle immagini

E così, anche il maestro Gustav Deutsch ci ha lasciato. Il celebre cineasta sperimentale si è spento nella giornata di sabato 2 novembre 2019, all’età di 67 anni. Una perdita, la presente, che interessa non soltanto il cinema di produzione prettamente austriaca, ma, più in generale, il cinema di tutto il mondo, dal momento che il regista – con il suo particolare modo di rapportarsi alla settima arte – aveva avuto modo di farsi conoscere già da tempo anche al di fuori dei confini nazionali.

Nato a Vienna il 19 maggio 1952, Deutsch iniziò dapprima a studiare architettura presso la TU di Vienna, per poi interessarsi, contemporaneamente, anche al disegno, alla fotografia e, non per ultima, alla musica. Un approccio al cinema, il suo, che si è sempre avvalso, dunque, di questo suo importante background e che, nel corso degli anni, ha costantemente sperimentato nuovi linguaggi per rappresentare le immagini in movimento. E proprio il cinema sperimentale è uno dei generi che vanno per la maggiore in Austria, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. All’interno di un contesto culturale vivo e pulsante come il presente, dunque, Gustav Deutsch ha decisamente trovato pane per i suoi denti, classificandosi ben presto come uno dei nomi maggiormente di rilievo all’interno della cosiddetta terza generazione del cinema sperimentale austriaco (insieme ad altri esponenti del calibro di Dietmar Brehm, Martin Arnold e Mara Mattuschka) e divenendo – dal 1980 al 1983 – membro del Medienwerkstatt Wien, oltre che esponente del movimento artistico Der Blaue Kompressor.

Un cinema, quello di Gustav Deutsch, fortemente sperimentale e politico, che spesso e volentieri si è avvalso di vecchi filmati amatoriali girati in super 8 o in 16mm, al fine di tracciare un enorme affresco della società austriaca e mondiale, contemporanea a del passato, per uno studio sugli esseri umani, sulle loro abitudini, sulle loro tradizioni e – non per ultima – sulla questione dell’immigrazione, tra i più completi e variegati che siano mai stati realizzati.

Tale studio si può ritrovare, ad esempio, in lavori come How we live – Messages to the Family (il suo ultimo lavoro, realizzato nel 2017), all’interno del quale troviamo una serie di filmati amatoriali inviati da alcune persone trasferitesi da una nazione all’altra alle loro famiglie di origine, al fine di far vedere in che modo siano le loro vite ora, così come Adria – Holiday Films 1954-68, realizzato nel 1990, in cui sono stati assemblati diversi filmati realizzati da cineamatori austriaci durante le vacanze, o ancora – seguendo la stessa linea per quanto riguarda tematiche e messa in scena – No Comment – Minimundus AUSTRIA (1996), realizzato con filmati mai utilizzati dalla televisione a cui sono state sovrapposte didascalie menzognere, quali monito a diffidare, generalmente, dai media.

E se, soprattutto per quanto riguarda How we live – Messages to the Family, il tema trattato è quello dell’immigrazione (oggi come oggi più che mai attuale), ecco che lo stesso vede un suo necessario approfondimento (letto anche come comparazione dello stile di vita tra due differenti luoghi) anche in un precedente lavoro di Gustav Deutsch, ossia Eyewitnesses in foreign Countries (1993), girato tra Vienna e l’oasi africana di Figuig e all’interno del quale vengono mostrati due differenti punti di vista: quello di Deutsch che, a Figuig, osserva ossequioso le bellezze della natura, e quello del suo storico collaboratore Mostafa Tabbou (che ha collaborato con lui anche nell’ambito della realizzazione del suo ultimo lavoro), il quale si limita ad osservare la vita frenetica nella città metropolitana di Vienna.

Non mancano, all’interno della lunga e prolifica carriera di Gustav Deutsch, anche importanti considerazioni per quanto riguarda la settima arte stessa. E così, la sua opera maggiormente nota è proprio la trilogia Film is… (titolo originale: Film Ist…), realizzata tra il 1996 e il 1998, nonché interessante e soggettivo tentativo – in risposta a quanto, a suo tempo, scrisse André Bazin nel suo Che cos’è il Cinema? – di definire l’arte cinematografica attraverso un sapiente lavoro di montaggio realizzato con spezzoni di film austriaci e tedeschi presi dagli archivi delle varie cineteche.

E se, per quanto riguarda gli ultimi anni della sua carriera, abbiamo visto lo stesso deliziare i nostri occhi – e fare, al contempo, importanti riflessioni riguardo la vita, la morte, la solitudine dell’essere umano, la storia degli Stati Uniti d’America e, non per ultimo, il mestiere dell’attore – nel bellissimo Shirley – Visions of Reality (2013), in cui sono stati ricreati e messi in movimento tredici celebri dipinti del pittore statunitense Edward Hopper, è anche vero che, lanciando uno sguardo d’insieme a tutta la sua vasta filmografia, non possiamo non notare come Gustav Deutsch abbia saputo creare un enorme affresco della nostra società, della nostra storia e del nostro modo di essere e di agire. Al punto da classificarsi come uno dei nomi più importanti per quanto riguarda il cinema contemporaneo d’avanguardia. Uno sguardo, il suo, di cui sicuramente sentiremo la mancanza. E che, forse, verrà, in qualche modo, nuovamente rappresentato in futuro da Hanna Schimek, sua compagna di una vita che ha sempre lavorato al suo fianco. A lei, dunque, questa importante responsabilità. E, ora come ora, nel frattempo, non possiamo che immaginarla seduta, da sola, in una sala cinematografica vuota. Proprio come accade nel quadro di Hopper Intermission (1963), che Gustav Deutsch, a suo tempo, ha saputo ricostruire tanto bene.

Info: il sito ufficiale di Gustav Deutsch