flora-1995-hausner-recensione

FLORA

      Nessun commento su FLORA

di Jessica Hausner

voto: 7

Con Flora, Jessica Hausner – analogamente ha quanto ha fatto un paio d’anni più tardi la collega Barbara Albert in Sunspots – ha iniziato il suo percorso nel mondo della settima arte con un interessante coming-of-age, in cui già si potevano notare alcune caratteristiche basilari di quello che sarebbe diventato il suo particolare approccio registico.

Verso una nuova consapevolezza

Dalla metà degli anni Novanta circa è nata in Austria la cosiddetta Nouvelle Vague Viennese, in cui un copioso numero di cineasti e attori appena diplomati in accademia hanno deciso di scardinare ogni qualsivoglia convenzione del passato a favore di lungometraggi e cortometraggi prodotti tendenzialmente a basso costo, che raccontavano, in particolare, storie ambientate nell’estrema periferia della capitale. Tra i titoli più interessanti prodotti in questi anni troviamo indubbiamente Flora, cortometraggio d’esordio della regista Jessica Hausner, considerata, ancora oggi, uno dei nomi più promettenti del cinema austriaco.

Forte di una squadra di collaboratori tutti, più o meno, che avevano appena compiuto il suo stesso percorso di studi (tra cui troviamo la regista e attrice Karin Resetarits e il direttore della fotografia Martin Gschlacht), la Hausner – analogamente ha quanto ha fatto un paio d’anni più tardi la collega Barbara Albert con Sunspots – ha iniziato il suo percorso nel mondo della settima arte con un interessante coming-of-age in cui già si potevano notare alcune caratteristiche basilari di quello che sarebbe diventato il suo particolare approccio registico.

La storia messa in scena, dunque, è quella della giovane Flora (impersonata da Claudia Penitz), una ragazza poco più che adolescente, timida, malinconica e insicura, la quale, al fine di socializzare, si è iscritta a un corso di danza. Nulla, però, nemmeno i suoi tentativi di sentirsi donna indossando della biancheria sexy, sembra aiutarla a essere notata dai suoi coetanei, né tantomeno dall’affascinante Attila (John F. Kutil), suo compagno di corso, che sembra avere occhi per tutte tranne che per lei. L’unico ad averla notata, tuttavia, è il taciturno Jakob (Andreas Götz). Riuscirà in qualche modo a “salvarla”, facendole ritrovare la fiducia in sé stessa e portandola via anche da un contesto famigliare freddo e claustrofobico?

Il genere del coming-of-age è, ancora oggi, particolarmente diffuso all’interno della produzioni cinematografiche austriache. Non stupisce, dunque, il fatto che Jessica Hausner, con il suo Flora, abbia voluto cimentarsi con esso, riprendendo, successivamente, le stesse tematiche anche nel lungometraggio Lovely Rita (2001). E se, nel corso degli anni, la regista ha avuto modo di confrontarsi con ogni qualsivoglia genere cinematografico (dall’horror con Hotel, alla satira religiosa con Lourdes, fino al dramma in costume con Amour Fou e alla fantascienza distopica con Little Joe), per quanto riguarda questo suo primo lavoro, malgrado la scarsa esperienza dietro alla macchina da presa, ci sembra alquanto a proprio agio, con un occhio registico incredibilmente maturo e un’insolita lucidità nel mettere in scena il dramma adolescenziale.

Con una regia fatta quasi esclusivamente di inquadrature fisse e un commento musicale sì onnipresente, ma anche ottenuto esclusivamente tramite musiche diegetiche, Flora sta bene a rappresentare la solitudine interiore e il senso di inadeguatezza vissuto dalla giovane protagonista, per un lungo e difficile percorso verso la scoperta di sé e del proprio posto nel mondo. I dialoghi sono qui ridotti all’osso, le espressioni della protagonista anche. E la cosa funziona, soprattutto se si pensa che il silenzio esteriore sia, in realtà, specchio di un’interiore voglia di urlare e di gridare al mondo intero la propria presenza.

Al fine di mettere in scena questo delicato contrasto, Jessica Hausner si è sapientemente avvalsa della seconda, importante protagonista del cortometraggio: la periferia di Vienna. Ed ecco che il grigiume dei suoi palazzi e del cielo stesso stanno a contrapporsi chiaramente ai colori della giovane protagonista, la quale, al fine di sottolineare tale contrapposizione, sta spesso a indossare un cappellino rosso. Segno, questo, che la giovane Flora più che “morta dentro” – come inizialmente si potrebbe pensare – è, in realtà, più viva che mai. E non aspetta altro che iniziare il proprio cammino verso una nuova e soddisfacente consapevolezza di sé. Anche se la cosa dovesse avvenire con molto ritardo rispetto a quanto è stato per i suoi coetanei (particolarmente emblematica, a tal proposito, la scena in cui la ragazza, durante una festa presso un luna park, aspetta che passi davanti a lei un lunghissimo trenino di giovani danzanti, prima di unirsi anch’ella a loro, poggiando le mani sulle spalle dell’ultimo della coda).

Non stupisce, dunque, il fatto che il presente Flora abbia contribuito a far sì che produttori e stampa si accorgessero di questo nuovo nome della cinematografia austriaca. Jessica Hausner, dal canto suo, si è rivelata perfettamente all’altezza di tali giudizi positivi anche con i suoi lavori successivi, forte anche della collaborazione dei suoi compagni di squadra, ognuno dei quali, a modo suo, ha al contempo iniziato un personale e prolifico percorso nel mondo della settima arte.

Titolo originale: Flora
Regia: Jessica Hausner
Paese/anno: Austria / 1995
Durata: 27’
Genere: drammatico, coming-of-age
Cast: Claudia Penitz, Andreas Götz, John F. Kutil, Hartha Hans, Alfred Farkas
Sceneggiatura: Jessica Hausner
Fotografia: Robert Winkler
Produzione: Jessica Hausner, Martin Gschlacht

Info: la scheda di Flora su iMDb