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BAROQUE STATUES

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di Maria Lassnig

voto: 8

Il cortometraggio Baroque Statues si rivela decisamente anticipatore della piega che avrebbe preso la poetica della pittrice Maria Lassnig negli anni a venire e che, perfettamente fedele a ciò che in ambito pittorico l’artista aveva già realizzato, ha come figura centrale proprio il corpo umano, visto da sempre come una prigione, le cui forme assumono caratteri sempre meno definiti, per un’ideale liberazione finale.

Verso il sublime

La pittrice Maria Lassnig (1919 – 2014) è ancora oggi uno dei nomi maggiormente in vista per quanto riguarda il cinema d’avanguardia austriaco. E se, di fatto, l’artista di Kappel am Krappfeld nel corso della sua lunga e prolifica carriera ha realizzato soltanto sette cortometraggi, con ognuno di essi, a modo suo, è riuscita in qualche modo a creare qualcosa di totalmente nuovo, quale necessario completamento alla sua ben più nota carriera di pittrice. Il primo di tali lavori è, dunque, Baroque Statues, iniziato nel 1970 e completato quattro anni più tardi, con il quale l’artista – trasferitasi da un paio d’anni negli Stati Uniti – iniziò ufficialmente ad avvicinarsi ai maggiori movimenti femministi degli anni Settanta.

Una nuova esperienza statunitense, dunque, per un inizio in un campo totalmente nuovo che, al contempo, ha richiesto un necessario ritorno in patria. E così Baroque Statues prende il via proprio all’interno del duomo di Gurk – in Carinzia – dove una macchina da presa usata rigorosamente a mano che non teme movimenti azzardati e ribaltamenti si concentra principalmente sulle mani delle statue barocche situate all’interno del duomo, dando il via quasi a una specie di danza (con tanto di organo in sottofondo a suonare una musica barocca), nel mostrarcele tutte, una dopo l’altra, in qualsiasi angolazione possibile. Poi, improvvisamente, una mano di donna – anch’ella quasi nell’atto di scrivere qualcosa – si alterna alle suddette immagini di statue. Cosa succederà in seguito? Semplice: la mano della donna diviene via via sempre più presente, al punto di avere la meglio sulle immagini delle statue stesse e di rivelarci, inquadratura dopo in quadratura, una figura femminile (la ballerina Lisbet Eberwein) intenta in una danza selvaggia, appassionata e liberatoria.

È a questo punto, dunque, che i colori si fanno via via più accesi, ricordandoci le pitture di Tiziano o di Antonello da Messina, la luce sempre più bruciata, la figura della donna inizia a sdoppiarsi con raffinati trasparenti e sovrimpressioni e l’intero quadro finisce per apparirci talmente contrastato da sembrare quasi un dipinto astratto con sporadiche macchie di colore su di fondo rosso scuro.

In poche parole, un vero e proprio percorso di liberazione che parte dalla staticità dei soggetti all’interno del duomo – che, appunto, stanno a rappresentare la realtà chiusa e bigotta della chiesa e, più in generale, della religione – fino ad arrivare all’indefinito, all’incerto, all’aleatorio, per un ideale raggiungimento di un livello superiore possibile soltanto nel momento in cui ci si libera da ogni falsa convenzione del passato.

Centrale, dunque, anche in questa opera prima, la figura della donna e il suo ruolo, non sempre tra i più facili, all’interno della società, per un lavoro, questo Baroque Statues, che – pur non prevedendo alcun inserto di animazione, a differenza degli altri cortometraggi dell’autrice – si rivela decisamente anticipatore della piega che avrebbe preso la poetica della Lassnig negli anni a venire e che, perfettamente fedele a ciò che in ambito pittorico l’artista aveva già realizzato, vede come figura centrale proprio il corpo umano. Il corpo umano visto da sempre da Maria Lassnig come una prigione, le cui forme, nei suoi dipinti, assumono caratteri sempre meno definiti, per un’ideale liberazione finale. È stato così, fin dall’inizio, per i quadri realizzati (molti dei quali autoritratti della Lassnig stessa, di cui il cortometraggio Selfportrait del 1971 si fa naturale completamento) ed è così anche per il presente Baroque Statues, dove, subito dopo le statue del duomo, è lo stesso corpo umano a tramutarsi in qualcosa di indefinito, di psichedelico e di straordinariamente libero, per un’opera che in soli sedici minuti racchiude in sé tutta la poetica e le tematiche della grande pittrice austriaca.

Titolo originale: Baroque Statues
Regia: Maria Lassnig
Paese/anno: Austria, USA / 1970
Durata: 16’
Genere: sperimentale
Cast: Lisbet Eberwein, Witty Gabriel
Sceneggiatura: Maria Lassnig
Fotografia: Maria Lassnig
Produzione: Maria Lassnig, Millenium, Merc Filmworkshop

Info: la scheda di Baroque Statues su www.nbk.org; il sito ufficiale di Maria Lassnig