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BILLY WILDER – UN AUSTRIACO ALLA CORTE DI HOLLYWOOD

Su Billy Wilder sono stati scritti, nel corso degli anni, libri su libri. Considerato tra i maggiori esponenti della Golden Age hollywoodiana, questo geniale cineasta austriaco naturalizzato statunitense – al secolo Samuel Wilder – ha fatto e continua ancora oggi a fare scuola in tutto il mondo con il suo personale modo di approcciarsi alla settima arte.

Il suo nome era Samuel…

Quarant’anni di carriera, ben ventisette film realizzati, sei Premi Oscar e ben quattordici nomination, per uno dei registi maggiormente premiati nella storia di Hollywood. In poche parole: Billy Wilder.

Sono stati scritti, nel corso degli anni, libri su libri circa la sua importante personalità, considerata tra le maggiori esponenti della Golden Age hollywoodiana. Perché, di fatto, questo geniale cineasta austriaco naturalizzato statunitense – al secolo Samuel Wilder – ha fatto e continua ancora oggi a fare scuola in tutto il mondo con il suo personale modo di approcciarsi alla settima arte.

Nato nel 1906 nella piccola cittadina polacca di Sucha Beskidzka (allora facente parte dell’Impero Austro-Ungarico), Billy Wilder era di origini ebraiche e, dopo aver conferito la laurea a Vienna – dove, durante gli studi, era solito mantenersi come ballerino e intrattenitore nei principali locali della città – iniziò a collaborare con il quotidiano Die Stunde, per poi trasferirsi a Berlino lavorando per il giornale Nachtausgabe. È qui, dunque, che Wilder iniziò a muovere i primi passi nel mondo del cinema, collaborando dapprima come sceneggiatore per la casa di produzione UFA e, nel 1930, partecipando alla stesura della sceneggiatura dell’ottimo Uomini di Domenica, per la regia di Robert Siodmak e di Edgar G. Ulmer, girato con fare documentaristico e con attori non professionisti, nonché sperimentale e realistico ritratto del tempo libero dei berlinesi finalmente lontani dal lavoro. Una collaborazione, la presente, che, tuttavia, non durò molto, dal momento che Billy Wilder, a causa dell’avvento di Hitler, fu costretto ad abbandonare la Germania – dove fece brevemente ritorno soltanto nel 1945 per girare il documentario sui campi di concentramento Death Mills, in ricordo di sua madre, di sua nonna e del suo patrigno, tutti uccisi ad Auschwitz – per trasferirsi dapprima in Francia (dove nel 1934 girò il suo primo film, Amore che redime, passato, tuttavia, piuttosto sotto silenzio), poi, finalmente, negli Stati Uniti, dove la Universal prima e la Paramount in seguito ben presto si accorsero del talento come sceneggiatore di questo giovane squattrinato che non sapeva come sbarcare il lunario insieme all’amico e collega Peter Lorre.

Un inizio in sordina, dunque, per un successo che non esitò ad arrivare, nel momento in cui cineasti del calibro di Ernst Lubitsch e Howard Hawks lo vollero come sceneggiatore. Fu (anche) merito di Billy Wilder, dunque, se l’algida Greta Garbo finalmente rise in Ninotschka (diretto dallo stesso Lubitsch nel 1939). E la cosa piacque talmente tanto a spettatori e produttori che Wilder ottenne la sua prima nomination al Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura non originale.

Quanto doveva durare, però, questa fase in cui i suoi preziosi lavori venivano diretti da altri? Billy Wilder, dunque, con già la poco fortunata esperienza alla spalle di Amore che redime, decise finalmente di prendere in mano le redini della situazione, realizzando, così, nel 1942, il suo primo lungometraggio in terra statunitense, Frutto proibito, romantica commedia con protagonisti Ginger Rogers e Ray Milland.

Fin dalle sue prime esperienze da regista, dunque, Billy Wilder dimostrò immediatamente si sapere il fatto suo: una sceneggiatura non doveva mai superare le centotrenta pagine, mentre ogni inquadratura doveva essere esclusivamente un campo lungo, un mezzo primo piano o un primo piano, per un rigore stilistico che si contrapponeva agilmente alla dinamicità della messa in scena stessa, come poche volte è capitato nella storia del cinema.

Questa iniziale incursione nel mondo della commedia, tuttavia, durò – almeno nei primi anni – ben poco. E se è vero che, al giorno d’oggi, le stesse commedie dirette da Wilder sono considerate tra le migliori prodotte a Hollywood in quegli anni gloriosi, egli, di fatto, si rapportò inizialmente a storie drammatiche dalle affascinanti venature noir. Prima fra tutte, La Fiamma del Peccato, vero e proprio cult del cinema noir realizzato nel 1944 con un’indimenticabile Barbara Stanwyck, a cui seguì immediatamente Giorni perduti (1945), incentrato sul tema dell’alcolismo e per il quale Wilder ottenne ben sette nomination ai Premi Oscar, aggiudicandosene quattro, tra cui Miglior Film e Miglior Regia. Eppure, il suo vero capolavoro, ancora oggi è considerato un altro, ossia Viale del Tramonto (1950), dramma incentrato sul tema della fine della carriera di alcuni divi hollywoodiani in seguito all’avvento del sonoro che riportò alle luci della ribalta Gloria Swanson, ella stessa dedicatasi principalmente al teatro dopo la fine dell’epoca del muto. Malgrado l’indiscussa validità artistica di tale prodotto, tuttavia, i produttori di Hollywood storsero il naso, ritenendo lo stesso Wilder un ingrato per aver puntato il dito contro un sistema che gli dava da mangiare. Per aver descritto Hollywood come un ambiente in cui fama e avidità avevano la meglio su qualsiasi altro valore, portando inevitabilmente al fallimento e alla pazzia.

Per quanto riguarda le sue prime pellicole drammatiche, Wilder – malgrado il suo provato talento di sceneggiatore – si rivolse a qualcun altro per la stesura dei suoi script. E tale persona era Charles Brackett, con il quale, nel corso della sua carriera, non mancò di avere numerosi screzi. Eppure, al giorno d’oggi, se pensiamo a un collaboratore stretto di Wilder in fase di scrittura, non può non venirci in mente I. A. L. Diamond, vero e proprio braccio destro del cineasta austriaco. È anche grazie a lui, dunque, che Billy Wilder è considerato uno dei padri della commedia statunitense. E, di fatto, fu proprio l’ambito della commedia a divenire il terreno prediletto del regista, il quale, forte degli insegnamenti del suo mentore Ernst Lubitsch, seppe dare quel tocco magico a ogni storia messa in scena per un riuscito e graditissimo mix tra serrati botta e risposta, velati doppi sensi, un erotismo mai troppo sfacciato e, non per ultimo, un ritratto dei personaggi non sempre senza macchia, ma, al contrario, spesso truffaldini, cialtroni, con frequenti sdoppiamenti di personalità per numerosi ruoli, ognuno dei quali, a suo modo, è riuscito a lasciare il segno.

La prima importante commedia diretta da Wilder, dunque, fu Sabrina (1954), in seguito alla quale l’attrice Audrey Hepburn venne consacrata a diva internazionale e che lavorò nuovamente con lui nel 1957 in Arianna, al fianco di Gary Cooper. Ma se pensiamo a un’altra diva dell’epoca che con Billy Wilder fu valorizzata nel miglior modo possibile, ella è Marilyn Monroe, con la quale il regista ebbe sì numerosi screzi a causa del carattere dell’attrice e della sua abitudine a presentarsi fortemente in ritardo sul set, ma di cui riconobbe il talento fin dalla loro prima esperienza lavorativa insieme durante le riprese del lungometraggio Quando la Moglie è in Vacanza (1955). Una collaborazione, la loro, che finì inevitabilmente per arricchire entrambi e che culminò nel 1959 con A qualcuno piace caldo, considerata ancora oggi una delle migliori commedie statunitensi di tutti i tempi, anticipatrice – ma sempre in modo assai velato – di temi scottanti come l’omosessualità e il travestitismo e con protagonisti – insieme alla Monroe – Tony Curtis e Jack Lemmon, attore feticcio di Wilder diretto anche in L’Appartamento (vincitore di ben tre Premi Oscar e realizzato nel 1960), Irma la dolce, sempre a fianco di Shirley McLaine (1963), Non per soldi ma per Denaro (realizzato nel 1966 e incentrato sul corrotto mondo dello sport), Cosa è successo tra mio Padre e tua Madre? (1972) e Prima Pagina (diretto nel 1974 e ispirato, analogamente a quanto avvenne nel 1951 con Asso nella Manica, alle pregresse esperienze del regista nel campo del giornalismo).

E se, tornando ad A qualcuno piace caldo, esso si conclude con quello che è stato finito uno dei migliori finali della storia del cinema, in pochi sapranno che la famosa battuta “Nessuno è perfetto!”, pronunciata dall’attore Joe E. Brown era stata girata in modo del tutto provvisorio – dal momento che nessuno inizialmente sapeva come concludere il tutto – per poi aver letteralmente provocato un’ovazione da parte di staff e produttori durante una proiezione riservata agli addetti ai lavori.

Nell’ultima parte della carriera di Billy Wilder, tuttavia, i lavori realmente memorabili furono pochi. Il regista, infatti, poco propenso ad adattarsi ai nuovi modi di fare e concepire il cinema, diresse le sue ultime pellicole nel 1978 (quando realizzò Fedora, considerato probabilmente il suo lavoro meno ispirato) e nel 1981, anno in cui firmò Buddy Buddy.

La sua movimentata vita – conclusasi nel 2002 in seguito a una polmonite – è stata raccontata, al giorno d’oggi, innumerevoli volte. Particolarmente degno di nota sono, a tal proposito, è il documentario Billy, ma come hai fatto?, per la regia di Volker Schlöndorff, in cui viene resa perfettamente l’idea di questa personalità così rivoluzionaria, così coraggiosa, così lungimirante, ma anche incredibilmente testarda e non sempre pronta ai compromessi. Ma, d’altronde, si sa, “nessuno è perfetto”! O forse no?

Info: la scheda di Billy Wilder su iMdb