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IL MÉTISSAGE NEL CINEMA AUSTRIACO

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Da sempre con la funzione di educare, di correggere, di spingere a una necessaria riflessione, il métissage nel cinema austriaco contemporaneo è tra i temi maggiormente quotati, per una serie di prodotti provenienti sia dal campo dell’avanguardia, che dall’ambito documentaristico, senza dimenticare i lungometraggi e cortometraggi a soggetto.

Tante culture per un’unica nazione

Il tema dell’immigrazione, si sa, al momento è tra i più attuali in tutto il mondo. Ma qual è la situazione dell’Austria? E come viene trattata la questione del métissage nel cinema austriaco contemporaneo? Per poter osservare al meglio la questione, bisogna prima capire come reagisce l’Austria nei confronti degli immigrati che da anni si mescolano alla popolazione locale.

Da sempre crocevia tra numerose culture – anche e soprattutto grazie alla sua particolare posizione geografica all’interno dell’Europa – l’Austria, pur presentando uno schieramento politico apertamente di destra (basti pensare, ad esempio, al grande numero di voti che ogni volta il partito FPÖ riesce a ottenere), con una legislazione nei confronti degli stranieri tra le più rigide del continente, vede da anni ormai la coesistenza tra diverse culture, siano esse est europee, turche o africane.

Se pensiamo, ad esempio, alla stessa città di Vienna, in qualità di capitale europea – e nonostante la rigida politica al proprio interno – essa si presenta immediatamente agli occhi del visitatore straniero come un luogo particolarmente multietnico, all’interno del quale persone di culture diverse convivono pacificamente ed esercitano senza alcun intoppo (apparente) le proprie professioni. Uno dei luoghi – diventato, a suo modo, simbolo non ufficiale della stessa Vienna – più multietnici della città è, ad esempio, il cosiddetto Naschmarkt, all’interno del quale si incontrano le più disparate cucine di tutto il mondo.

Eppure, nonostante ciò, non mancano episodi di razzismo gratuito, come insulti nei confronti delle donne dell’Est, prese in giro degli islamici per il loro modo di vestire e riferimenti a uomini provenienti dall’Africa come se ognuno di loro fosse uno spacciatore. Se a tutto ciò sommiamo l’esistenza di quotidiani come il Kronen Zeitung – dichiaratamente schierato a destra – o la (non troppo) recente elezione, nel settembre del 2008, di una personalità estremista come quella di Jörg Haider (deceduto soltanto una settimana dopo a causa di un incidente automobilistico), ci rendiamo conto di quanta ostilità e di quanta paura ci sia nei confronti del “diverso”.

E il cinema, dal canto suo, cosa fa? Da sempre con la funzione di educare, di correggere, di spingere a una necessaria riflessione, il métissage nel cinema austriaco contemporaneo è tra i temi maggiormente quotati, per una serie di prodotti provenienti sia dal campo dell’avanguardia, che dall’ambito documentaristico, senza dimenticare i lungometraggi e cortometraggi a soggetto.

Volendo aprire un discorso, dunque, sul cinema sperimentale e d’avanguardia – ambito da sempre particolarmente ricco e prolifico in terra austriaca – non possiamo non menzionare i lavori della regista e fotografa Lisl Ponger e, in particolare, il suo Déjà vu (1999), all’interno del quale immagini d’archivio e riprese effettuate da turisti in paesi lontani ben si mescolano a voci fuori campo tenute in originale, per una serie di racconti di viaggi e di culture. Attraverso questo suo importante lavoro, la regista mostra come si tenda a trasformare pregiati oggetti d’arte e tradizioni in kitsch, per uno sguardo, da parte del turista straniero, che non mira ad approfondire una reale conoscenza delle culture da lui visitate, ma tende pericolosamente a standardizzare e a banalizzare il tutto attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica o della sua telecamera.

Particolarmente degno di nota è altresì Eyewitnesses in Foreign Countries (titolo originale: Augenzeugen der Fremde), realizzato nel 1993 da Gustav Deutsch insieme a Mostafa Tabbou. All’interno del presente lavoro – sapientemente ripartito in seicento inquadrature – ci vengono mostrati due differenti punti di vista: quello di Deutsch che osserva ossequioso la natura e la vita nell’oasi africana di Figuig (per quanto riguarda le prime trecento inquadrature) e quello di Tabbou che si concentra sulla vita frenetica e sulle persone in movimento all’interno della città di Vienna (esposto nelle successive trecento inquadrature), per una riuscita commistione tra girato e suoni fuori campo tenuti in originale.

Il métissage nel cinema austriaco contemporaneo vede, inoltre, importanti lavori realizzati da due tra i maggiori esponenti del cinema d’avanguardia, quali il regista e pittore Dietmar Brehm e il cineasta Peter Kubelka. Brehm, dal canto suo, da sempre irriverente e, a tratti, non sempre politically correct, si è distinto principalmente per lavori del calibro del cortometraggio Ostafrika (1993) e Macumba (1995), all’interno dei quali riprese documentarie di vita lavorativa si mescolano a filmati di film pornografici, per un interessante lavoro sul corpo, sul lavoro e sul mondo che mira a scandagliare ogni qualsivoglia pregiudizio razziale.

Decisamente diverso è l’approccio al tema di Peter Kubelka, il quale, nel suo Our Trip to Africa (titolo originale: Unsere Afrikareise, diretto nel 1966), grazie a un raffinato lavoro di montaggio, si concentra in modo assai polemico sui comportamenti colonialisti, sessisti e razzisti di un gruppo di austriaci impegnati in un safari in Africa. E se parliamo di safari, quale titolo può venirci in mente se non proprio Safari, diretto dal documentarista Ulrich Seidl nel 2016 e presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha fatto sin da subito parlare molto di sé?

Spostando, infatti, la nostra attenzione sul métissage nel cinema austriaco contemporaneo trattato in ambito documentaristico, non possiamo non menzionare proprio un autore come Seidl, il quale, con questo suo controverso lavoro, non esita a mostrarci, a distanza drammaticamente ravvicinata, l’agonia di animali uccisi da bracconieri austriaci senza scrupoli.

Volendo fare, tuttavia, un salto indietro nel tempo, lo stesso autore ci ha regalato nel 1991 il documentario Good News, con il quale ci ha mostrato le drammatiche condizioni dei lavoratori stranieri costretti a vendere giornali lungo le strade di Vienna, per una costante osservazione di un tema tanto spinoso come quello dell’immigrazione e della decadenza della società austriaca contemporanea.

Volendo restare in ambito documentaristico, particolarmente degni di nota sono i lavori di Egon Humer e della giovane documentarista Ulli Gladik. Il primo, all’interno del suo Running Wild (1992) – escludendo ogni qualsivoglia sperimentazione registica – si è concentrato sulla vita di alcune bande di strada formate da bambini stranieri residenti in Austria e su come il loro sentirsi costantemente emarginati li spinga ulteriormente a dedicarsi a piccoli crimini, mentre la seconda, con il suo brillante Inland (2019) ha preso in analisi le conseguenze di un partito politico come l’FPÖ sulla società.

Un discorso a parte, invece, va fatto sul cinema di finzione. Se, infatti, recentemente, abbiamo visto il successo del lungometraggio drammatico Angelo, diretto da Markus Schleinzer (storico aiuto di Michael Haneke) e che racconta le vicende di Angelo Soliman, un bambino che, nell’Europa del Settecento, viene venduto come schiavo a una nobile famiglia francese, è anche vero che, al contempo, la questione del métissage nel cinema austriaco viene spesso trattata con i leggeri toni della commedia. Dello stesso anno di Angelo, infatti, è il brillante What have we do to deserve this? (titolo originale: Womit haben wir das verdient?), per la regia della giovane Eva Spreitzhofer, in cui vengono messe in scena le bizzarre vicende di una madre che vede improvvisamente sua figlia convertirsi all’Islam.

Stesso discorso vale, volendo fare un salto indietro di qualche anno, per i film dello psichiatra iraniano di nascita ma austriaco di adozione Houchang Allahyari e, in particolare, per I love Vienna (1990), in cui viene raccontata con toni umoristici la convivenza forzata tra diverse culture, e Born in Absurdistan (titolo originale: Geboren in Absurdistan), in cui due famiglie – una austriaca, l’altra iraniana – sono costrette a vivere gomito a gomito per un lungo periodo a causa di un accidentale scambio di neonati.

Un gradito ma amaro umorismo è anche da registrarsi nel lungometraggio Die Ameisenstraẞe (1996), per la regia di Michael Glawogger, il quale ha scelto di ambientare questo suo lavoro all’interno di un gruppo di case proletarie di Vienna, palcoscenico di una convivenza forzata e di un diretto confronto tra “veri austriaci” e “veri stranieri”.

Discorso a parte, invece, va fatto per cineasti come Barbara Albert e Michael Haneke. Ad esempio, in Nordrand – Borgo Nord – grazie al quale la Albert ha raggiunto la notorietà internazionale – la convivenza tra culture viene strettamente correlata alla vita nell’estrema periferia, all’interno della quale i giovani protagonisti altro non desiderano che scappare via lontano, per una soluzione e una realizzazione finale che, appunto, può essere raggiunta soltanto attraverso la fuga.

Il metissagé nel cinema austriaco, al contempo, viene altresì rappresentato soltanto in uno dei tanti episodi del lungometraggio 71 Frammenti di una Cronologia del Caso, diretto da Michael Haneke nel 1993, in cui più che il tema della fuga è quello dell’evasione a fare da protagonista assoluto, grazie alla storia di una profuga immigrata illegalmente (impersonata da Birgit Doll), la quale senza soldi, senza famiglia e senza amici riesce comunque a trovare un modo per cavarsela. Una piccola escursione, dunque, all’interno del mondo dell’immigrazione, il quale, tuttavia, viene approfondito dallo stesso Haneke nel 2017 all’interno del suo Happy End, feroce critica all’altoborghesia perbenista e ipocrita e alla sua consueta attitudine nei confronti degli immigrati.

E così, malgrado un clima politico non sempre accomodante, la settima arte ancora una volta ha detto la sua con tutte le sue forze e le sue possibilità. Il métissage nel cinema austriaco contemporaneo, dunque, è, al giorno d’oggi, tra i temi maggiormente diffusi all’interno della produzioni nazionali, per un intento di educare, di correggere e, a suo modo, di formare una popolazione, mostrandole le più disparate realtà all’interno del mondo in cui viviamo.

Bibliografia: “Melting Pot Austria” di Stefan Griessmann in “Il Cinema europeo del métissage”, AAVV,, ed. Il Castoro
Info: la scheda di Nordrand – Borgo Nord sul sito della Austrian Film Commission; la scheda di 71 Frammenti di una Cronologia del caso su MYmovies; la scheda di Dietmar Brehm su iMDb; la scheda di Peter Kubelka su iMDb; la scheda di Ulrich Seidl su iMDb