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INTERVISTA A MARKUS SCHLEINZER

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In occasione della rassegna Sotto le Stelle dell’Austria 2019, l’attore e regista Markus Schleinzer presenterà, in apertura, il lungometraggio Angelo, sua opera seconda. Cinema Austriaco ha avuto modo di fare quattro chiacchiere con lui e di farsi raccontare qualcosa in più circa questo suo importante lavoro e la sua prolifica carriera. Intervista a cura di Marina Pavido.

Marina Pavido: Il suo film, Angelo, ha avuto molto successo a Toronto, alla Viennale e al Torino Film Festival. Ora finalmente abbiamo la possibilità di vederlo anche a Roma. Ci racconti qualcosa circa il personaggio di Angelo Soliman. Quando ne ha sentito parlare per la prima volta?

Markus Schleinzer: Conosco Angelo Soliman da quando ero bambino. Si tratta quasi di una figura mitologica che fa parte delle numerose leggende della mia città. In poche parole: Angelo Soliman appartiene praticamente alla storia della città di Vienna. Per questo motivo, fin da bambino mi è sovente capitato di sentire numerose storie su di lui. Tuttavia, nel momento in cui ho iniziato a effettuare delle ricerche sul suo personaggio, ho rapidamente scoperto che la maggior parte degli aneddoti che lo riguardano sono stati inventati di sana pianta. Quasi come se fossero delle vere e proprie favole. E la cosa mi è subito sembrata molto interessante, così come è stato interessante osservare anche altre storie esterne ai fatti. Ciò che ne è venuto fuori è una sorta di storia sulla storia che, al contempo, riguarda anche molte storie di oggi.

M. P.: Il suo film è, dunque, anche al giorno d’oggi, molto attuale. Con ciò ha voluto anche in qualche modo raccontare la società odierna?

M. S.: Credo che il porsi domande e il mettere in discussione l’essere umano in quanto tale sia una questione centrale già da molti secoli e che ha fatto sì che avessero luogo molte dispute e conseguenti guerre. A me interessava, in particolare, focalizzare la mia attenzione su interrogativi come “Chi sono?”, “Quali sono i miei limiti?” o “A che punto sono situati i miei confini di essere umano?”.

M. P.: Nel film interpreta un ruolo molto importante anche l’attrice italiana Alba Rohrwacher. Come è arrivato a scegliere lei?

M. S.: Solitamente erano due i percorsi utilizzati per portare i bambini schiavi in Europa. In pratica, c’erano barche che si occupavano esclusivamente del trasporto di bambini, sebbene alcuni di loro si trovassero anche su altre barche. Ad ogni modo, queste barche erano dirette principalmente in Italia e in Francia. La cosa mi è parsa fin da subito molto interessante e ho deciso di inserirla in sceneggiatura. L’idea iniziale, dunque, era quella di cercare un’attrice italiana che potesse interpretare la contessa presso cui viene portato Angelo Soliman. Alba Rohrwacher è il primo nome a cui ho pensato. Conosco Alba e l’ho sempre trovata una grandissima attrice. Meravigliosa. I problemi si sono presentati quando non abbiamo ricevuto finanziamenti dall’Italia per girare il film, al punto da pensare di dovermi orientare verso la Francia per trovare qualcuno che interpretasse il ruolo della contessa. Però non sapevo chi avrebbe potuto farlo come desiderato e alla fine ho scelto comunque Alba. Con lei siamo andati d’accordo fin dall’inizio. Lei è un’attrice incredibile. Cerca sempre di approfondire al massimo ciò a cui lavora, è sempre alla ricerca della verità.

M. P.: Lei ha realizzato Angelo sette anni dopo Michael, la sua opera prima. Anche se i due film sono ambientati in epoche cronologicamente distanti fra loro, c’è qualcosa che le accomuna?

M. S.: Si, certamente… io stesso (ride n. d. r.)! Io e il mio modo di fare film. E naturalmente entrambi i film raccontano di qualcuno che vive ai margini della società. Si tratta di emarginati che modellano la propria vita, creando spesso un mondo assai controverso. Michael è un pericoloso criminale, un pedofilo che fa di tutto per costruirsi il suo mondo “nascosto”, creando, al contempo, una ben precisa immagine di sé da presentare in società. Questo tipo di personaggi mi ha sempre interessato, perché è semplicemente entusiasmante vedere in che modo riescono a crearsi il proprio posto nel mondo.

M. P.: Nel corso della sua carriera le è capitato di lavorare anche come casting director per registi del calibro di Ulrich Seidl, Michael Haneke, Michael Glawogger, Jessica Hausner o Stefan Ruzowitzky, giusto per citarne qualcuno. Per quanto riguarda nello specifico la sua esperienza con Michael Haneke, però, le è capitato di svolgere dei compiti particolarmente importanti. Può raccontarci qualcosa in merito?

M. S.: Dunque, ho iniziato con questo lavoro e l’ho fatto per diciassette anni. In pratica, tutto quello che so riguardante il lavoro di messa in scena o la recitazione l’ho imparato così, senza aver studiato prima, semplicemente da registi, attori e attrici e dalla telecamera stessa al momento dei casting. Cosa vuol dire saper recitare? Perché qualcuno è un bravo attore? Perché, a volte, non è così bravo? Cosa vuol dire essere un bravo regista? Questa, in pratica, è stata la mia scuola. E poi, molto tempo fa, ho conosciuto Michael Haneke. L’incontro con lui è stato molto significativo. Con lui ho visto cosa vuol dire lavorare sempre con la stessa squadra, finché non mi ha preso all’interno della sua squadra stessa. Sono rimasto a lavorare lì per molti anni e fin da subito mi ha coinvolto spesso nei suoi lavori affidandomi inizialmente piccoli compiti che mi permettevano di cimentarmi con l’atto del mettere in scena qualcosa, fino a occuparmi interamente della direzione delle comparse nel film La Pianista. In quell’occasione mi sono concentrato su quello che accadeva “in secondo piano”, su i gesti che ogni personaggio sullo sfondo doveva compiere e su come le stesse comparse dovevano muoversi. È stato un lavoro molto entusiasmante. Dopo questa esperienza mi sono detto: “Ora inizia a camminare con le tue gambe, è ora di realizzare un film per conto tuo”. Se non avessi fatto questa esperienza, probabilmente non sarei mai diventato regista e starei ancora lavorando per conto di altri registi, cosa che, tuttavia, non intendo assolutamente sminuire, perché si tratta comunque di importantissime esperienze. L’Austria, di fatto, è una nazione piccola, così come il settore cinematografico, al punto che ci si conosce tutti e ci sono frequenti scambi di spunti e di idee. C’è sempre stata una forte collaborazione tra tutti noi e al fatto di aver potuto imparare molto da ciò sarò sempre grato.

M. P.: Cosa può dirci, invece, per quanto riguarda la sua professione di attore?

M. S.: La recitazione è stata una parte molto importante all’interno della mia carriera. La recitazione è stata, però, anche un mezzo per poter pagare l’affitto. Ad ogni modo trovo che recitare sia qualcosa di estremamente entusiasmante per chi sappia davvero farlo, quasi un gioco. Non mi dispiace recitare, di quando in quando, in qualche altro film, anzi, lo faccio volentieri, ma credo che la mia dimensione ideale sia un’altra.

M. P.: Ci sono registi o attori che per lei sono stati particolarmente significativi?

M. S.: Non me la sento di nominare qualche attore o qualche attrice in particolare. Ma trovo estremamente interessante quando, recitando, si riesce a creare qualcosa di magico, una particolare alchimia tra gli attori in scena. Non sono un particolare estimatore di chi è solito interpretare soltanto monologhi, di chi è abituato a lavorare sempre da solo. Anche se ci sono grandissimi attori specializzati esclusivamente in monologhi, io preferisco chi riesce a trovare un legame con altre persone. In palcoscenico, spesso, chi è solito esibirsi da solo è come se perdesse qualcosa, indipendentemente dal proprio talento. Personalmente mi sento particolarmente adatto al gioco di squadra e mi aspetto, di conseguenza, anche un gioco di squadra da parte dei miei colleghi, altrimenti le cose non funzioneranno mai.

M. P.: Un’ultima domanda: quali consigli darebbe a un giovane che vuole diventare attore o regista?

M. S.: Fare esclusivamente ciò per cui si è portati. Non ha senso fare qualcosa pur sapendo di andare contro la propria natura. Così come non ha senso fare qualcosa soltanto perché gli altri si aspettano determinate cose da noi. Bisogna sempre fare qualcosa che ci convinca fino in fondo, poi basta solo sperare che le persone ci trovino interessanti così come siamo. A tal proposito mi sento di citare ancora una volta Alba Rohrwacher, la quale ha detto di essere entrata, un tempo, in una profonda crisi personale e professionale, finché non ha ricevuto un consiglio da un amico che le ha detto che ognuno di noi è speciale a modo proprio e solo essendo noi stessi fino in fondo riusciremo veramente a entrare in contatto con chi apprezza il nostro lavoro. Personalmente la trovo una bella storia, perché solo nel momento in cui riesci a trovare qualcosa che faccia per te, riuscirai veramente a farti notare, pur non essendo l’unica persona che esista sulla faccia della terra. Personalmente abbraccio totalmente questa teoria. E se devo dare un consiglio a qualcuno, questo è proprio quello di trovare una propria strada, sia a chi vuole recitare che a chi vuole fare film. Bisogna evitare di copiare qualcun altro, dal momento che la persona che si vuole copiare esiste già di per sé e non c’è bisogno di un duplicato. Bisogna sempre fare ciò che si sente vicino, avendo piena consapevolezza di sé stessi e delle proprie possibilità.

Info: la scheda di Markus Schleinzer su IMDb