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IL FALSARIO – OPERAZIONE BERNHARDT

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di Stefan Ruzowitzky

voto: 8

Ne Il Falsario – Operazione Bernhardt di Stefan Ruzowitzky viene messo in scena, con un raffinato lavoro di sottrazione, un altro capitolo della Seconda Guerra Mondiale, dove palpabile è il forte coinvolgimento personale non solo del regista, ma anche di tutta la troupe, costantemente a stretto contatto con lo stesso Adolf Burger.

Ancora un po’ di Storia

24 febbraio 2008. Durante la Notte degli Oscar, Il falsario – Operazione Bernhardt, diretto dall’austriaco Stefan Ruzowitsky e presentato a suo tempo in concorso alla Berlinale 2007, viene premiato come Miglior Film Straniero. Questa è la prima volta che l’Austria vince un Oscar e, come lo Stesso Ruzowitzky avrà modo di affermare durante il discorso post-premiazione, tale vittoria significa molto per una nazione che – a partire dagli anni Trenta, dopo la salita al potere di Hitler – ha visto numerosi autori emigrare alla volta degli Stati Uniti (basti pensare, ad esempio, a nomi come Billy Wilder, Otto Preminger e Fred Zinnemann). E, a tal proposito, Il Falsario – Operazione Bernhardt, raccontando anch’esso l’Olocausto – come molte altre pellicole austriache e tedesche dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi – risulta particolarmente significativo ed emblematico nel rappresentare una sorta di “mea culpa”, ma anche di vera e propria rivalsa della cinematografia austriaca.

Fedelmente tratto dal romanzo autobiografico L’Officina del Diavolo di Adolf Burger, il lungometraggio mette in scena un episodio meno noto risalente al periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando, all’interno del campo di concentramento di Mauthausen, vennero ingaggiati una serie di tipografi, grafici ed anche un noto falsario dell’epoca, al fine di stampare una grande quantità prima di sterline, poi di dollari atti a salvare la Germania dalla bancarotta. Smolianoff, il falsario, viene qui chiamato Salomon Sorowitsch (interpretato dal bravo Karl Markovics), dedito alle donne e alla bella vita, prima di essere deportato a Mauthausen. Qui l’uomo avrà modo di incontrare il tipografo Adolf Burger, con il quale nascerà una grande amicizia e che, sfidando le SS, tenterà di sabotare il piano dei nazisti.

Già affermatosi come regista di riusciti horror (sono suoi, ad esempio, Anatomie e Anatomie 2, rispettivamente del 2000 e del 2003), Stefan Ruzowitzky si è sentito fin da subito a proprio agio con questa storia apparentemente lontana dai canoni da lui precedentemente adottati. Ed ecco che, con un raffinato lavoro di sottrazione (interessante, a tal proposito, l’uso quasi esclusivo di macchina a spalla, così come un commento musicale quasi del tutto assente, se non contiamo poche note di armonica in apertura del film o brani lirici prettamente diegetici), viene messo in scena un altro capitolo della Seconda Guerra Mondiale, dove palpabile è il forte coinvolgimento personale non solo del regista, ma anche di tutta la troupe, costantemente a stretto contatto con lo stesso Adolf Burger (il quale ci ha lasciato nel dicembre 2016), qui impersonato dal giovane August Diehl (successivamente scelto da Quentin Tarantino per il ruolo del Maggiore Dieter in Bastardi senza Gloria).

Il ritratto dei personaggi è più che mai umano, in una pellicola dove a trionfare sono valori come l’amicizia e la solidarietà, messi in scena evitando sapientemente una pericolosa retorica e facili buonismi. E poi, primo fra tutti, c’è il tema della memoria. Una memoria storica di cui paesi come l’Austria e la Germania – come ci viene dimostrato anche da gran parte delle loro produzioni cinematografiche, d’altronde – non sembrano apparentemente carenti e che qui viene enfatizzata con l’interessante uso del flashback, il quale prende il via appena pochi minuti dopo l’inizio, quando gli eventi e le stesse giornate di Sorowitsch in quel di Montecarlo appena dopo la fine della guerra sembrano susseguirsi piuttosto velocemente e senza particolari scossoni emotivi, come se, ormai, il tempo si fosse fermato per sempre. Interessante, a tal proposito, anche il modo in cui lo stesso protagonista è portato a considerare il denaro: un mero mezzo per ottenere ciò che si desidera, ma che, di fatto, non ha valore alcuno. Tale concetto, tra l’altro, viene ribadito anche ad una disperata Dolores Chaplin, dopo che lo stesso Sorowitsch ha perso tutte le sue banconote al gioco. L’uomo rassicurerà la ragazza affermando che non ci vorrà molto per rifarsi tutti i soldi andati perduti.

E così, con il rumore delle onde del mare sia in apertura che in chiusura del lungometraggio che, con una struttura ellittica, sembrano voler rappresentare questo capitolo della dittatura nazista come un episodio a sé, ci viene raccontato un altro interessante aspetto della guerra. Il risultato finale è, probabilmente, uno dei prodotti più riusciti che vertono sul tema, che, anche se passato immeritatamente quasi in sordina sui nostri schermi, rappresenta un vero e proprio gioiello all’interno della cinematografia austriaca.

Titolo originale: Die Fälscher
Regia: Stefan Ruzowitzky
Paese/anno: Austria, Germania / 2007
Durata: 98’
Genere: drammaticostorico
Cast: Karl Markovics, August Diehl, Devid Striesow, Marie Bäumer, Dolores Chaplin, Martin Brambach, Andreas Schmidt, August Zirner, Sebastian Urzendowsky, Veit Stübner, Hille Beseler, Tim Breyvogel
Sceneggiatura: Adolf Burger, Stefan Ruzowitzky
Fotografia: Benedict Neuenfels
Produzione: Studio Babelsberg
Distribuzione: Lady Film
Data di uscita: 01/02/2008

Info: la scheda di Il Falsario – Operazione Bernhardt sul sito dell’ Österreichisches Filminstitut